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20.04.2004
IL MILIONE DI ZAPATERO
di Bds

Per meglio capire cosa ha indotto il nuovo premier spagnolo a ritirare le sue truppe dall'Iraq, riproponiamo un pezzetto recuperato sul web

Quanto sareste disposti a spendere per comprare un milione? A prima vista la domanda può sembrare strana, anche se chiunque abbia dovuto stipulare un mutuo con una banca, o chiedere prestiti agli strozzini, ha dovuto farsela.

Non vogliamo però rinnovare il dolore di quei poveri sfortunati, ma parlare di un gioco (speriamo) più divertente: noi poniamo un milione all'asta e siamo disposti a cederlo al miglior offerente, in cambio delle offerte dei due migliori offerenti.

Ad esempio, se dieci persone offrono rispettivamente 10 mila, 9000, 1000 lire, noi daremo il nostro milione alla prima, in cambio delle 19.000 lire delle prime due.

Da parte nostra, ci sembra di essere abbastanza generosi. Da parte vostra vi conviene certamente offrire una minima somma, sperando di guadagnare in cambio il milione. Il problema è: qual è il comportamento razionale in questo gioco?

Limitiamoci per semplicità al caso in cui due sole persone decidono di partecipare all'asta. Uno dei due, che chiameremo Primo, offre ad esempio una lira: se l'altro, che chiameremo Secondo, non offre di più, Primo guadagna 999.999 lire (non preoccupatevi del fatto che le perdiamo noi).

Ma Secondo sarebbe sciocco a non essere disposto a offrire ad esempio due lire: se egli lo fa, e Primo non rilancia, Secondo guadagna 999. 998 lire, e Primo ne perde una. Ma perché Primo dovrebbe perdere anche una piccola somma?

Gli conviene certo rilanciare, ad esempio 3 lire, e così via. Il problema è: a che punto si dovrà fermare uno dei due? Certamente, direte voi, sotto il milione, perché altrimenti si comprerebbe il milione in perdita, e si tornerebbe all'incubo dei mutui che volevamo dimenticare.

Ma supponete che, lira dopo lira, Secondo sia ormai arrivato a offrire 999.998 lire per il nostro milione, e che Primo abbia rilanciato con 999.999 lire. Se i due decidono di fermarsi proprio adesso, Primo guadagnerà una misera liretta, ma Secondo perderà quasi un milione, il che non gli conviene certo!

Egli è dunque costretto a rilanciare, con un milione tondo: in questo modo non guadagnerà niente, ma almeno non perderà 999.998 lire, mentre sarà invece Primo a perderne 999.999.

A questo punto Primo non sarà soddisfatto della piega che hanno preso le cose, ma non sarà comunque disposto a perdere quasi un milione, e preferirà rilanciare con 1.000.001 lire: in questo modo perderà solo una lira, e scaricherà la perdita su Secondo.

Il quale però, ovviamente, non ne sarà lieto, e rilancerà 1.000.002 lire nella speranza che Primo si fermi, permettendogli di perdere solo due lire.

Il problema è che non c'è nessun motivo di fermarsi nè ora nè mai, perché più si procede nel gioco e più si rischia di perdere fermandosi. Poiché un bel gioco dura poco, un gioco che non si possa fermare e debba durare in eterno deve essere pessimo.

L'unica strategia razionale era dunque che Secondo non fosse entrato in campo dopo la prima offerta di Primo, e gli avesse concesso di guadagnare un milione: è stata la mancanza di collaborazione fra i due a creare il pasticcio, e i giocatori si sono accorti di essersi messi in un gioco maledetto soltanto quando stavano ormai giocando, ed era troppo tardi per tirarsi indietro.

Questo gioco, inventato dall'economista Martin Shubik nel 1971, è un modello matematico di quelle situazioni della vita reale in cui si continua a fare qualcosa soltanto per non sprecare ciò che è già stato fatto finora, e così facendo si finisce solo con l'aggravare la situazione.

Si continua a guardare un brutto film o a leggere un brutto libro perché siamo già arrivati a metà, si sta ad aspettare qualcuno ancora un po' perché lo si è già aspettato a lungo, si continua a riparare una macchina perché ci si è già speso tanto, si continua a giocare perché si è già perso troppo e ci si vuole rifare, si rimane sposati perché non ci si decide a troncare, si continua una politica fallimentare solo perché è troppo tardi per cambiare.

In tutte queste situazioni, la strategia migliore era di non cominciare neppure a giocare, e la seconda migliore strategia è di smettere appena possibile. Ed è quello che facciamo immediatamente.

Piergiorgio Odifreddi Università di Torino



 
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Re: IL MILIONE DI ZAPATERO
Mar.Gra - 20.04.2004
Molto interessante. Ho letto un paio di libri di Odifreddi e sono tutti divertentissimi nel senso profondo del termine. Consigliati vivamente.


Non sono d'accordo
Ivan Denisovic - 20.04.2004
Zapatero utilizza per scopi diversi gli stessi strumenti di Bush. Il virus dell'unilateralismo. malattia senile delle democrazie, ha colpito anche Madrid. Decidere unilateralmente di ritirarsi dall'Iraq crea effetti politici simili a quelli di decidere unilateralmente di entrare in guerra con l'Iraq. Il che comporta una prosecuzione del gioco su un piano diverso.

E' l'unilateralismo, non l'entrare o uscire dall'Iraq, il problema.


a proposito di unilateralismo
Ivan Denisovic - 20.04.2004
da "Diplomatique", inserto del "Riformista" del 13 aprile 2004

DIRITTO INTERNAZIONALE. I FONDAMENTI FILOSOFICI DI UN'AUTORITÀ PUBBLICA A GARANZIA DELLA PACE

Ma lo jus ad bellum non può appartenere ai singoli Stati

Da Kant a Robbins, da Sturzo a Maritain, da Habermas a Giovanni XXIII: come passare dal pacifismo etico a quello istituzionale

Pubblichiamo ampi stralci della relazione del professore Vittorio Possenti, docente di Storia della filosofia politica, al convegno «Quale riforma per l'Onu?» che si terrà venerdì 16 aprile a Roma (Istituto Patristico Augustinianum, via Paolo VI, 25). Il titolo della relazione è: «Un'autorità pubblica a competenza mondiale come garanzia della pace internazionale: sogno o necessità?».

Il 2003 può essere considerato un anno molto negativo per le relazioni internazionali, la causa della pace e l'Onu. Le due principali democrazie dell'Occidente, quelle che forse più di altre avevano contribuito all'edificazione delle Nazioni Unite, si sono applicate a minare proprio le istituzioni deputate alla cooperazione internazionale e alla pace. In maniera intensa ha pesato in questa deriva l'unilateralismo statunitense manifestatosi in molteplici occasioni anche prima del 2003: mancata ratifica dell'adesione alla Corte penale internazionale; revoca della firma posta al protocollo di Kyoto sull'effetto serra; abbandono del trattato di non-proliferazione nucleare; violazioni gravi della Convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra. Per il momento siamo passati da un mondo indirizzato verso il multilateralismo, almeno dopo il crollo del muro di Berlino, a un assetto molto diverso.
La ricerca di accordi e il rispetto dei patti liberamente sottoscritti sono entrati in seria crisi da quando la superpotenza ha iniziato a considerare l'Onu e il diritto internazionale un limite, un ostacolo, un'inutile zavorra per il proprio disegno. In tal modo diventa arduo, per non dire impossibile, pervenire al superamento degli scontri entro un quadro concordato. Secondo quanto riferisce il New York Times dell'11 marzo 2003, il presidente Bush avrebbe dichiarato: «Non abbiamo davvero bisogno del permesso di nessuno» per dispiegare l'autorità che loro spetta nell'utilizzare la forza. Il che in buona sostanza significa che ogni ordinamento generale e sovraordinato agli Stati viene inteso come un'inutile briglia al dispiegarsi dell'uso autonomo della forza, e all'occasione può essere violato. Un criterio che rischia di riportare le relazioni internazionali allo status naturae della lotta di tutti contro tutti. Per questo nel caso Iraq, già centrale di per sé, è in gioco qualcosa di più importante del solo Iraq.
Vi è qualcosa di irrazionale nel processo in cui il ricorso alle armi sembra emergere come il fattore decisivo, e che ha finora visto le ragioni della forza prevalere sulla forza della ragione e dell'incontro. Le istituzioni internazionali di “mediazione” sono uscite malridotte dal confronto; il terrorismo, individuato negli “Stati-canaglia”, per combattere il quale ci si è mossi, è di molto aumentato dopo l'attacco all'Iraq; il rapporto col mondo islamico si trova a un difficile punto, superato il quale lo scontro aperto con l'Occidente può diventare possibile.
In negativo o in controluce appare evidente che i gravi e permanenti problemi mondiali (fame, povertà, guerra, violenza, terrorismo, Aids, sottosviluppo, dominio dei forti sui deboli) non sono risolubili col metodo dell'unilateralismo, ma esigono l'adesione convinta e l'estensione del metodo del multilateralismo e dell'accordo. Ciò richiede una progressiva cessione di sovranità dagli Stati a poteri politici sopranazionali garanti della pace, della sicurezza e di forme di equità nei rapporti fra popoli, economie, produzioni, in un processo che dovrebbe in prospettiva futura e certo non prossima condurre ad un'autorità pubblica a competenza mondiale. Anche su questo punto ci troviamo in una condizione di sfasatura fra verità e potenza.
Con l'evocazione del grande problema della sovranità mi inoltro in un aspetto assolutamente centrale della questione della guerra e della pace.

La pace impossibile
La domanda se sia possibile pervenire alla pace, intesa almeno come assenza di ricorso alla forza nei rapporti politici internazionali se non come compiuta armonia, costituisce un anelito della coscienza umana, divenuto particolarmente intenso nel XX secolo dinanzi alle terribili prove cui l'uomo è stato sottoposto. La crudele tristitia della guerra è più evidente nella nostra epoca che in qualsiasi altra, perché costantemente ne vediamo gli esiti, siamo da ogni lato quasi forzati a osservarli e a sentirne il tragico peso sulle nostre vite. Dinanzi all'impossibilità d'ignorare la guerra, è sempre meno agevole far finta di niente: volenti o nolenti, dobbiamo dare ragione ai tanti che a partire da Pindaro hanno sostenuto che la guerra è dolce solo per chi non la conosce. Nell'epoca degli stermini e dei bombardamenti di massa, nessuno può negare di conoscere la guerra col suo peccato, con la sua avvolgente esperienza di male e di dolore. Il generale Mc Arthur, uno che di guerre aveva profonda esperienza, affermò: «Conosco la guerra come pochi altri oggi viventi la conoscono, e nulla mi disgusta maggiormente. Da tempo ho auspicato la sua completa abolizione dato che la sua terribile capacità distruttiva nei confronti sia dell'amico sia del nemico l'ha resa INUTILE quale mezzo per definire le controversie internazionali». Vale la pena di ricordare l'ovvio, cioè che come la fame serve ad affamare, così la guerra serve ad ammazzare.
Ma come raggiungere la pace intesa come assenza di ricorso alla forza e superamento dell'istituto della guerra? Una grande tradizione politica, giuridica e istituzionale ha nel corso della modernità fornito una risposta convergente nell'essenziale, ponendo l'accento sulla necessità di edificare una rete di istituzioni mondiali garanti della pace e del diritto e soprattutto di pervenire ad un effettivo superamento della “cattiva” sovranità degli Stati, riassunta nel loro pensarsi come superiorem non recognoscentes e nel collocare il vertice della propria sovranità nello jus ad bellum. La guerra scaturisce quasi fatalmente dall'anarchia delle relazioni internazionali, ossia dalla condizione di coloro che cercano di vivere insieme senza governo comune. La grande tradizione cui faccio riferimento include i nomi - fra gli altri - di Kant, Robbins, Sturzo, Maritain, Kelsen, Habermas e trova un vertice insuperato nella Pacem in Terris di Giovanni XXIII. In vario modo queste istanze hanno indicato la strada che va dalla ricerca della pace in senso etico a quella ottenuta attraverso istituzioni, nel passaggio dal pacifismo etico a quello istituzionale. Il loro intento è di abolire la guerra.

Pacem in terris
La parte IV dell'enciclica PT («Rapporti degli esseri umani e delle comunità politiche con la comunità mondiale») mira con ineguagliata lucidità di analisi ad un nuovo ordine mondiale, richiesto dalla strutturale insufficienza delle autorità pubbliche in rapporto ai loro compiti...
Rileggiamo i passaggi decisivi del testo. «I Poteri pubblici delle singole Comunità politiche, posti come sono su un piede di uguaglianza giuridica fra essi, per quanto moltiplichino i loro incontri e acuiscano la loro ingegnosità nell'elaborare nuovi strumenti giuridici, non sono più in grado di affrontare e risolvere gli accennati problemi adeguatamente; e ciò non tanto per mancanza di buona volontà o di iniziativa, ma a motivo di una loro deficienza strutturale. Si può dunque affermare che sul terreno storico è venuta meno la rispondenza fra l'attuale organizzazione e il rispettivo funzionamento del principio autoritario operante su piano mondiale e le esigenze obiettive del bene comune universale… Il bene comune universale pone ora problemi a dimensioni mondiali che non possono essere adeguatamente affrontati e risolti che ad opera di Poteri pubblici aventi ampiezza, strutture e mezzi delle stesse proporzioni; di poteri pubblici cioè che siano in grado di operare in modo efficiente su piano mondiale. Lo stesso ordine morale quindi domanda che tali Poteri vengano istituiti» (§§ 134, 135, 137).
Nell'enciclica circola in filigrana l'idea che causa della non-pace sia la mancanza di poteri pubblici sovranazionali capaci di prendersi cura del bene comune planetario e di sottrarre agli Stati il loro famoso jus ad bellum. Questa è la prospettiva di una importante scuola politica cui appartiene un noto studio di L. Robbins sulle cause economiche della guerra e che in un passaggio decisivo osserva: «L'ultima condizione che dà luogo a quegli scontri di interessi economici nazionali che portano alla guerra internazionale è l'esistenza di sovranità nazionali indipendenti. Non è il capitalismo … ma l'organizzazione politica anarchica del mondo è la malattia di fondo della nostra civiltà… l'esistenza di Stati sovrani indipendenti dovrebbe essere giustamente vista come la causa fondamentale di conflitto».
Quarant'anni dopo possiamo convenire che le espressioni della Pacem in terris conservano pienamente la loro carica di lucidità, di forza, di novità anche dinanzi alla nuova situazione di un mondo unipolare...
Negli ultimi, difficili anni si è ripresentato il grande problema che ossessiona le relazioni internazionali moderne almeno sin dal 1648 (trattato di Westphalia): come gestire secondo giustizia e legalità (almeno la legalità determinata dal vigente diritto internazionale) un sistema internazionale ancora largamente centrato sulla sovranità degli Stati, oggi di pochissimi Stati potenti, al limite di uno? Come costituire un diritto internazionale efficace dei popoli che limiti la sovranità degli Stati? Alcuni parlano del nuovo disordine internazionale che fa riferimento alla crisi delle istituzioni politiche ed economiche mondiali e alla vicenda della guerra all'Iraq, e mettono ciò in relazione, specie per la dimensione politica, alle difficoltà dell'Onu che è stato duramente marginalizzato e posto in condizione di permanente difficoltà nel gestire i momenti di crisi. Non dimentichiamo che l'Onu era stato pensato per evitare un ritorno alla condizione “hobbesiana” dei rapporti internazionali dove vige la regola del bellum omnium contra omnes, quasi un Kat-echon giuridico-politico che trattiene lo scatenamento del male e della violenza, attraverso procedure capaci di evitare lo scontro bellico diretto fra potenze, e la guerra di annientamento che spesso vi si collega.
Sfortunatamente l'Onu è scarsamente dotato dell'auctoritas e della potestas necessarie per garantire la pace e prevenire ogni aggressione, e alquanto raramente è riuscito a operare come un'istanza di arbitraggio nelle controversie fra Stati e come efficace salvaguardia del diritto internazionale vigente. Esso finora non è che una lontana prefigurazione di un'autorità politica planetaria, superiore e non legata a filo doppio a quella degli Stati più potenti. Ciò dipende dal fatto che l'Onu è espressione degli Stati sovrani che l'hanno prodotto e di cui spesso registra le decisioni, e naturalmente di quelli più potenti. Già il nome di «Nazioni Unite» fa intendere che la società politica mondiale è ancor oggi costituita da Stati sovrani. Anche da questo lato siamo condotti alla centralità del tema della sovranità: Maritain riteneva che il suo stesso concetto dovesse essere cancellato, perché richiama l'idea di un potere assoluto e trascendente dello Stato rispetto al corpo politico all'interno (assolutismo e totalitarismo), e libero da ogni ipoteca morale in campo internazionale dove è guidato solo dalla ricerca del suo interesse...
Nell'opera anticipatrice di L. Sturzo, «La comunità internazionale e il diritto di guerra», pubblicata a Londra nel 1929, la questione dell'abolizione della guerra è posta con forza sin dalle prime pagine. Così suona la sua tesi: «Il problema, pertanto, che noi ci poniamo è questo: se e come l'istituto della guerra sia eliminabile nell'organizzazione internazionale… La guerra non è fatale, non è necessaria, ma è volontaria, sono gli uomini, determinati uomini, pochi o molti, i responsabili della guerra, d'ogni guerra, anche quando dicono di non volerla». Sturzo, che ritiene necessaria la limitazione della sovranità degli Stati e la formazione di un'organizzazione internazionale dotata di potere coercitivo, individua con sicurezza la grande contraddizione secondo cui «nello Stato tutti i cittadini sono disarmati e solo il potere politico è armato; nella comunità internazionale tutti gli Stati sono armati e solo l'autorità internazionale è disarmata»...

Il compito dell'Onu
1. La riforma dell'Onu sarà tanto più saggia quanto più non toccherà i suoi fini statutari ma li riconfermerà in pienezza, in specie quello dell'art. 2, par. 4: «Tutti i Membri si asterranno nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall'uso della forza contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di qualunque Stato, o in qualsiasi altro modo incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite». Semmai occorrerà potenziarli, migliorarli, non diminuirli o peggio cancellarli. Potenziarli significa anche operare multilateralmente per giungere a reali, sostanziose cessioni di sovranità... Questo aspetto confligge direttamente con il cammino verso la globalizzazione politica e poteri pubblici sovranazionali e infine mondiali, e non di rado si lega a filo doppio alla dottrina della guerra preventiva. In proposito vi è grande bisogno di contrastare passi indietro e il ritorno ad un passato pericoloso, quello dell'epoca delle cannoniere in cui ogni grande potenza spadroneggiava a suo piacimento. Secondo un'opinione diffusa e suffragata da ottimi motivi uno dei maggiori meriti della Carta dell'Onu è stato l'inserimento in essa del divieto generalizzato dell'uso della forza nelle relazioni internazionali... Assoggettare il ricorso alla forza all'imperio della legge, rappresenta uno dei più fondamentali scopi dell'Onu, tuttavia alquanto raramente ottenuto: spesso la forza del diritto è stata rimpiazzata dal diritto della forza. In proposito occorrerebbe forse istituire delle sanzioni per rimarcare le violazioni della Carta dell'Onu da parte degli Stati-membri che pur l'hanno sottoscritta... Nell'ambito della riforma dell'Onu rivestono rilievo un miglioramento operativo e una maggiore rappresentatività del Consiglio di Sicurezza. Penso in specie all'ingresso in esso di “potenze” regionali quali l'India, l'Unione Europea, il Brasile, la Nigeria.
2. Ho fatto poco sopra cenno alla necessità di superare il cattivo dogma della sovranità dello Stato per aprire la convivenza mondiale ad un cammino verso reali ed efficaci poteri pubblici sovranazionali. Ora ciò che molti analisti e giuristi, pur contrari all'attacco angloamericano all'Iraq, non hanno sufficientemente rimarcato è che l'applicazione della dottrina della guerra preventiva, oltre ad opporsi frontalmente alla Carta dell'Onu, restituisce nella maniera più lata lo jus ad bellum degli Stati... La teoria della legittima difesa preventiva porta a scardinare il diritto internazionale...
3. Nel contesto dell'azione per il proseguimento e rafforzamento dell'Onu spicca l'operato della Santa Sede costantemente convinta che esso vada rafforzato e magari rifondato per costruire la pace. Naturalmente qui rifondazione significa miglioramento, non affondamento dell'Onu. La Santa Sede, pertanto, ha sempre incoraggiato gli sforzi condotti per raggiungere un effettivo disarmo, che vada oltre la dissuasione, fondata sull'equilibrio del terrore... Durante la crisi irachena, la Santa Sede ha detto di non condividere il principio della «guerra preventiva» - concetto inventato all'uopo - e ha sollecitato il rispetto della Carta delle Nazioni Unite, in particolare del suo capitolo VII, che stabilisce i criteri di comportamento, in caso di minacce o di aggressioni alla pace...
4. Vi è un aspetto che stranamente non ha attirato l'attenzione degli analisti e dei commentatori politici, ossia la forte ripresa della corsa agli armamenti e i “galattici” bilanci militari votati recentemente. Fra questi spicca quello della superpotenza che, secondo notizie di stampa, ha votato un bilancio tale che la somma delle spese militari di tutti gli stati del mondo non lo eguaglia. E' un segnale grave che pochissime voci si siano levate a chiarificare le coscienze spesso disinformate e perplesse, su questo aspetto centrale della situazione attuale. Dico aspetto centrale perché la ripresa massiccia della corsa agli armamenti e l'approvazione di budget militari che lasciano senza fiato non può che condurre alla egemonia della forza sul diritto e la politica, alla ripresa della politica di potenza....

Commiato
Si è aperta una situazione devastata dei rapporti internazionali, in una condizione di grave violazione del diritto internazionale e degli scopi statutari dell'Onu. Fortemente problematici suonano gli inviti a superare il diritto internazionale vigente - sbrigativamente definito vecchio - e a operare insieme con la superpotenza per l'instaurazione di un nuovo ordine internazionale al di fuori dell'Onu. Inviti che riportano la situazione internazionale al XIX secolo, alla “politica delle cannoniere” in cui i grandi Stati intervenivano a loro piacimento per regolare secondo un criterio assolutamente unilaterale i loro interessi. Dinanzi a questi eventi, ambigua si presenta la pressione a rafforzare la solidarietà fra le due sponde dell'Atlantico. Senza ulteriore qualificazione questa si presta ad essere intesa come un avallo alla pratica dell'unilateralismo. L'alleanza fra Europa ed Usa non andrebbe presentata come inevitabile, perché potrebbe assomigliare ad un'alleanza senza condizioni dal lato del soggetto meno forte. Se dovrà esserci una nuova alleanza fra le due sponde dell'Atlantico, per vari aspetti auspicabile, essa dovrà prendere forma entro un chiaro multilateralismo aperto all'Onu, nella rinuncia ad ogni propensione bellicistica, ad ogni ripresa del motivo della guerra preventiva, agli assunti mirante ad esportare la democrazia e i valori occidentali con la forza delle armi. Allo Stato italiano e al suo governo si può forse chiedere un'azione più incisiva per favorire la ripresa dell'Onu, anche in rapporto al dettato dell'art. 11 della nostra Carta che suona: «L'Italia… promuove e favorisce le organizzazioni internazionali volte a tale scopo (assicurare la pace e la giustizia fra le Nazioni)».

http://www.ilriformista.it/inserti/diplomatique/documenti/articolo.asp?id_doc=21555


grazie odifreddi
gabbiano - 20.04.2004
Davvero interessante e utile odifreddi.
Grazie.


Il milione di Fassino
Max Stirner - 20.04.2004
Anche Fassino è entrato in un gioco ed è questo: il governo propone con una legge di raddoppiare i fondi per tutti gli asili e di finanziare un lager. Visto che sono d'accordo per quanto riguarda gli asili, ragiona Fassino, non posso votare contro. Ma nello stesso tempo non voglio votare a favore del lager. Quindi chiedo al governo di dividere il provvedimento in due parti, in modo da farmi uscire dalla contraddizione, se il governo rifiuta allora non voto. Ma il governo non gli tende la mano. Inoltre la stampa titola: sinistra divisa sui fondi ai lager, perché una parte della sinistra è per il no e un'altra, quella fassiniana, è per il non voto. Un bel giorno si tiene una manifestazione contro i fondi ai lager e il buon Fassino va in piazza, ma viene preso a fischi. Fassino replica che lui è esattamente sulla posizione di un tale Zapatero, cioè di un politico meno tentenna di lui che ha appena vinto le elezioni impegnandosi a smantellare i lager, a meno che non siano trasformati in giardinetti pubblici da un intervento del Governo Mondiale. Fassino, che ormai si è esposto per molto oltre il milione, spera che il Governo Mondiale intervenga davvero. Zapatero, invece, non si è esposto per nulla perché ha sempre agito in coerenza con i propri impegni: appena appare chiaro che il Governo Mondiale non muoverà un dito, decide di smantellare unilateralmente il lager. Fassino vorrebbe rilanciare. Ma a questo punto ha perso comunque.


Carino il giochino, ma...
Vero Nick - 20.04.2004
Simpatico il giochino di Odifreddi, ma basta, come suggerisce Ivan Denisovic, una piccolissima variante: se i due giocatori si possono parlare, e' assai facile arrivare ad una linea comune. Il primo mette un euro, il secondo zero e poi dividono il premio (rifacendosi dell'euro di partenza).

Morale, se l'Europa e gli Stati Uniti avessero avuto una linea comune fin dall'inizio...


E inoltre
Vero Nick - 20.04.2004
E' anche sbagliata l'idea secondo cui "e' sempre meglio uscire dal gioco". Arrivati ad un punto qualsiasi i due giocatori decidono di parlare e scoprono che conviene loro fare fronte comune.
A quel punto incassano e dividono. In tal modo possono sempre guadagnare qualcosa o comunque limitare di perdite SENZA RITIRARSI.

Morale: UE e USA sono sempre in tempo per fare fronte comune...


Re: IL MILIONE DI ZAPATERO
Mar.Gra - 20.04.2004
Penso che mi andrò a rileggere "1984", sento che darà nuovi spunti all'attualità.


Re: IL MILIONE DI ZAPATERO
Chiara - 22.04.2004
Intanto un altro spagnolo è stato ucciso oggi con un colpo alla testa. Sine commento.





 

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