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17.05.2004
Urban Magazine, tutti a casa
di madame psychosis

Con una lettera l’editore di Urban Magazine ha licenziato in tronco l’intera redazione. Ma il giornale continuerà a uscire.

Tre anni di vita, 28 numeri, 300mila copie per cinque città (Milano, Torino, Bologna, Firenze, Roma), 80 pagine in media, di cui circa metà di pubblicità, sei assunti, una cinquantina i collaboratori. Sono le cifre di Urban, esempio unico nel panorama della free press italiana, nato nell’ottobre 2001 per un target di giovani metropolitani.

Free press, ma riempita di pezzi e fotografie originali, grafica innovativa, qualche firma nota: insomma un prodotto di qualità (Premio speciale Cenacolo nel 2002) sfruttato e sorretto da importanti inserzionisti pubblicitari.

Mercoledì scorso, 12 maggio Ivan Veronese, presidente di Urban Italia srl, ha consegnato sei lettere: “Ci vediamo a questo punto costretti a terminare l'attività di tutta la redazione, vista la necessità di razionalizzare la struttura dei costi rispetto ai ricavi che si sono potuti ottenere sin ora”. E tanti saluti, da subito, per il direttore Alessandro Robecchi, il suo vice e un redattore, due grafici e la segretaria di redazione.

Qualche brutto segnale era arrivato fra ottobre e dicembre dello scorso anno, ma da gennaio tutto sembrava filare liscio. Ora a Urban Italia è arrivato un nuovo dg, Matteo Viola, l’editore parla di costi iniziali che si sono dovuti ripianare e, per i primi mesi di quest’anno, di un 10% in meno delle entrate pubblicitarie rispetto alle previsioni, e alla redazione viene dato il benservito. Anche se per il numero di giugno le pagine pubblicitarie acquistate sono oltre 40, mai successo.

Le lettere non sono proprio tutte uguali: all’art director è stato offerto di restare un po’ di più, fino al 2 agosto, segno che il giornale continuerà ad uscire. Ma chi lo farà? Nelle lettere di licenziamento non c’è alcun riferimento al futuro di Urban, Italia Oggi e il Manifesto (dove Robecchi, che firma anche i corsivi di Ballarò, ha una rubrica settimanale) riferiscono che sarà un service a occuparsene, poi verrà riformata una redazione più “leggera”.

Con tutto il rispetto per chi se ne occuperà, la manovra sembra quella del padrone del vapore che annuncia agli operai: da domani state a casa, qui arrivano i cinesi (con tutto il rispetto pure per i cinesi). Lavorano come e quanto decide il capo, costano la metà, nessun sindacato fra i piedi. A qualcuno sembrerà un sogno: fare un giornale senza giornalisti.

L’editore manderà quindi avanti Urban in qualche modo, i redattori si sono rivolti al sindacato, ma gli inserzionisti? Non erano forse contenti di vedere il proprio marchio legato a un prodotto di qualità?

Viva la pubblicità, se fa stampare i giornali, ma sarebbe interessante sentire cosa hanno da dire i famosi guru della comunicazione commerciale, di fronte a decisioni come questa.

Madame Psychosis


Nota: Gli ultimi sviluppi. Bds



 
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Re: Urban Magazine, tutti a casa
Gian Paolo Locatelli - 17.05.2004
Sinceramente, cara Madame, ha volte fatico proprio a comprendere le logiche di certi investitori. Se Urban raccoglie pubblicità significa, a mio parere, che il giornale è ben fatto, ha un target di riferimento ottimale per l'inserzionista e quindi siginifica che chi ci lavora lo sta facendo bene. La logica di tagliare i costi, preferendo alla professionalità il risparmio alla lunga (e il caso Italia mi sembra lo stia dimostrando) non è propriamente una carta vincente. Saluti gpl


Re: Urban Magazine, tutti a casa
marescià - 18.05.2004
C'è che chiude e c'è chi apre. Fatevi un giro, venerdì 21 maggio, intorno alle 17.30, ai Murazzi di Torino. Party di presentazione di Nuova Metropolis, settimanale di cronaca etc etc in edicola da giovedì.





 

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