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02.11.2004 PIERCAMILLO E IL LUPO
di Piercamillo Davigo
Poiché non c’erano giornalisti, a parte me, caro Barbiere, munito di registratore, ti mando un prezioso inedito che mi è costato una laboriosa sbobinatura

La flotta macedone catturò un pirata e lo portò davanti ad Alessandro Magno perché lo giudicasse. Alessando Magno gli chiese: “Con che diritto infesti i mari?”.
E il pirata: “Con lo stesso tuo. Con la differenza che io lo faccio con una nave e mi chiamano pirata. Tu lo fai con una flotta e sei chiamato re”.
Con questo aneddoto (citato da Sant’Agostino), Piercamillo Davigo, oggi giudice di Corte d’Appello a Milano e negli anni 90 giudice per indagini preliminari all’epoca di Mani Pulite, ha iniziato i suo intervento ad un convegno che si è svolto nello scorso fine settimana nel monastero di Camaldoli.
Era un incontro sul tema della giustizia, e di tutti i relatori Davigo è stato sicuramente il più brillante. Almeno secondo me.
Poiché non c’erano giornalisti, a parte me, caro Barbiere, munito di registratore, ti mando un prezioso inedito che mi è costato una laboriosa sbobinatura.
Davigo ci ha intrattenuto su numerosi temi ma poi sollecitato da una domanda sulla prossima riforma dell’ordinamento giudiziario si è scatenato.
Sarebbe un peccato rinchiudere il suo intervento tra le mura di quello splendido monastero camaldolese, anche perché in alcuni passaggi è davvero esilarante, e così mi permetto di sottoporlo alla vostra attenzione di barbieri.
Leggetelo perché ne vale veramente la pena.
Ariel
Vorrei cominciare col dire che la differenza, contrariamente a quello che pensava il pirata, non è nel numero delle navi. La differenza tra i briganti e lo Stato è nella giustizia.
Se le leggi di uno stato si ispirano a principi di giustizia universalmente accettati, allora quello Stato può difendersi credibilmente dai briganti. Se le sue leggi non hanno più quel contenuto di giustizia, c’è il rischio che torni a contare il numero delle navi.
La questione della riforma dell’ordinamento giudiziario e della verifica delle professionalità è pura propaganda pura per una serie di ragioni.
Primo. I magistrati sono caratterizzati da quello che viene chiamato potere diffuso. Quindi non hanno necessità di selezionare i più bravi. Casomai c’è bisogno di selezionare quelli non idonei per mandarli a casa.
Non è che si tratta di fare un concorso per selezionare i più bravi e mandarle nelle funzioni superiori. Paradossalmente, e ve lo dico facendo io il giudice d’appello, se si dovesse guardare alla difficoltà del lavoro dovremmo rovesciare la carriera del giudice.
Dovremmo far cominciare gli uditori dalla Corte di Cassazione. E’ tutto molto più facile. Intanto c’è solo diritto. La ricostruzione del fatto, che il più delle volte è la cosa più difficile, non c’è. C’è il massimario della Cassazione che ti mette a disposizione tutti i precedenti. Per cui se uno non si discosta dai precedenti anche se è un idiota è in grado di scrivere una decorosa sentenza.
Quando è diventato bravo dovrebbero mandarlo in Corte d’Appello. E’ un po’ più difficile perché oltre a tutto quello che fa la Cassazione, senza però il massimario, e quindi devi andare in biblioteca a studiare, c’è anche la ricostruzione del fatto. E tuttavia la posizione del giudice d’appello è legata alla sentenza di primo grado e ai motivi di impugnazione.
Quando uno è diventato molto bravo dovrebbero poi mandarlo in primo grado dove trova persone che gli raccontano delle cose e deve cercare di mettere insieme la ricostruzione dei fatti e una sentenza.
Quando infine è diventato bravissimo dovrebbero mandarlo a fare il pubblico ministero perché lì trova una notizia di reato e deve da lì costruire il processo.
Solo che se uno fa il pubblico ministero a 70 anni, muore. E allora si fa il pubblico ministero a 25 anni per poi finire in Cassazione.
Pensare di regolamentare questi passaggi a funzioni, come dicono loro, più elevate, attraverso concorsi, è una sciocchezza.
E’ una sciocchezza perché noi i concorsi ce li avevamo. Li hanno tolti tutti. Abbiamo provato il concorso per esami, il concorso per titoli e la comparazione sulla quantità e sulla qualità del lavoro.
Il concorso per esami privilegiava quelli che lavoravano nelle “preture sdraio”, ovvero quelle in cui non si lavora e dunque uno ha un sacco di tempo per studiare. Negli uffici dove si lavora tanto non ci voleva andare nessuno perché poi come fai a studiare? Si sa benissimo che non riuscirai a fare mai nessun concorso.
Ricordo quella battuta infelice che fece l’allora ministro Biondi: “Studia studia, mi diceva mio padre, sennò finisci a fare il pubblico ministero”. Battuta alla quale rispose l’allora procuratore di Milano Borrelli, definendola un’ affermazione “fatta a un’ora pericolosamente tarda del pomeriggio”, in riferimento ad alcune chiacchiere su alcune abitudini del ministro.
Ma è vero. Perché andava negli uffici più delicati chi sapeva che non avrebbe progredito in carriera. E quindi rinunciava a priori.
Allora si è passati al concorso per titoli. E il risultato fu peggiore del primo.
Perché vedete, io posso essere anche il più bravo in assoluto, ma se mi mettono a fare gli incidenti stradali è difficile che qualche mia sentenza venga pubblicata, perché su questa materia è già stato pubblicato tutto ciò che si poteva pubblicare.
Se invece sono il cocco del capo dell’ufficio e mi mettono a fare la prima causa di franchising che arriva nell’ufficio, anche se sono scemo e scrivo stupidaggini, la mia sentenza verrà comunque pubblicata. Magari con le note critiche al testo.
Questo ha scatenato il servilismo nei confronti dei capi. Come scatenava il servilismo verso i capi un’altra cosa della quale ci siamo liberati: gli arbitrati.
Ci sono ancora per i giudici amministrativi, non c’è verso di farli togliere. Io mi sono sempre chiesto come mai un magistrato, sia pure amministrativo, debba fare gli arbitrati.
Perché mai lo stato deve rivolgersi a collegi privati per dirimere una controversia consentendo poi ai giudici di farne parte? La risposta è semplicissima. La giurisprudenza arbitrale è generalmente più favorevole alle imprese di quella ordinaria.
Sennò gli arbitrati non ci sarebbero più perché le imprese non affiderebbero le loro controversie ai collegi arbitrali nelle cause con la pubblica amministrazione. E’ questa una forma brutta, brutta, brutta di influenza sul modo di decidere, sia pure in attività non pubbliche.
Capite bene che se il presidente del Consiglio di Stato chiama un suo consigliere e gli dice: “Caro collega, volevo parlarti della tale causa…”, se il collega in questione è sveglio risponde: “Presidente, mi ha battuto sul tempo, stavo per venire qui da lei per lo stesso motivo”.
Il giorno dopo verrà nominato presidente di un collegio arbitrale Compenso: 500 milioni di lire.
Se invece il collega convocato risponde: “Presidente, prendo atto di come la pensa lei, ma mi riservo di decidere come credo”, il giorno dopo verrà nominato presidente della commissione d’esame per due posti di barelliere all’ospedale di Lamezia Terme, quindici lire di compenso e sei mesi a Lamezia Terme salvo imprevisti. Così impara
Questo non ha nulla che vedere naturalmente con l’indipendenza del giudice. Così come i rapporti di sudditanza nei confronti del capo per avere la causa che ti permette di pubblicare la tua sentenza sulle riviste specializzate.
L’indipendenza del giudice è rivolta in due direzioni. C’è l’indipendenza della magistratura nel suo complesso verso gli altri poteri dello Stato e l’indipendenza di ogni singolo magistrato all’interno dell’Ordine. La seconda viene spesso dimenticata.
La valutazione della produttività del giudice con metodi statistici è una cosa veramente ignobile.
Io avevo un procuratore aggiunto che era un cialtrone che si vantava di aver smaltito in un anno 330 mila procedimenti. Vi chiederete come è possibile. Semplice. Aveva una squadra di carabinieri timbratori, provvisti di timbro di gomma con la sua firma che, a ritmi forsennati timbrava il frontespizio dei fascicoli: “Non doversi procedere perché rimasti ignoti gli autori del reato”.
Con lui c’è era un consigliere istruttore aggiunto che aveva a sua volta una squadra di poliziotti timbratori che controtimbravano. Con questo sistema, smaltiva 330 mila procedimenti all’anno.
E’ chiaro che uno così poteva lamentarsi del fatto che il Consiglio Superiore non lo avesse ancora nominato primo presidente della Corte di Cassazione perché era quello che apparentemente, sulla base dei dati statistici tanto cari al ministro della Giustizia, lavorava di più.
Una volta un collega cercava una prima segnalazione di un sequestro di persona a scopo di estorsione, con il rapito ancora nelle mani dei sequestratori, e non la trovava. Poi è saltata fuori in un fascicolo già archiviato contro ignoti. I rapitori erano effettivamente ignoti, ma forse quella decisione era prematura, visto che il rapito era ancora nelle mani dei rapitori.
La produttività misurata con la statistica porta a questi risultati, attenzione!. Anche le sentenze di amnistia e di prescrizione fanno numero come le altre.
Allora, questo meccanismo infernale significa voler assoggettare la magistratura a poteri gerarchici, perché il retropensiero è: “se mettiamo le mani sui capi, poi li controlliamo tutti”.
Non funziona e non funzionerà. Ma il problema è che nel frattempo sfasceranno tutto perché ci vorranno alcuni anni per coprire qualunque ufficio. Per cui molti uffici rimarranno scoperti per tre o quattro anni.
Il problema non è che non vogliamo essere valutati periodicamente. Ci vogliono sicuramente criteri di valutazione più rigorosi di quelli attuali. Io per esempio, sarò valutato per l’ultima volta, in base all’attuale normativa, tra un anno e mezzo e poi non saro’ più valutato per altri vent’anni.
Invece bisogna essere valutati ogni quattro anni almeno. Non esiste che uno smette di studiare e di aggiornarsi. Ma altro sono i concorsi. Che in teoria servirebbero a selezionare i più bravi, che poi i più bravi non ci sono.
Non so se avete visto recentemente Ballarò, dove il ministro della Giustizia ha detto una frase infelice. “Ma perché, se c’è un magistrato ambizioso, non dargli delle possibilità?”.
Ma perché l’ambizione è un difetto per un magistrato, ecco perchè!
Veniamo a principi più generali. La pena, si dice, dovrebbe tendere alla rieducazione del condannato. E’ vero.
Quando ero bambino ho imparato in un episodio la funzione rieducativa della pena e la distinzione tra dolo e colpa.
Giocavo con i sassi, ho rotto un vetro e mi è arrivato un ceffone, accompagnato dalla frase “Così impari” (funzione rieducativa). Alla mia protesta: “Non l’ho fatto apposta”, me ne è arrivato un altro, con la battuta “Ci mancherebbe!” ( distinzione tra il dolo e la colpa).
Detto questo vorrei sottolineare che la funzione riparativa della giustizia funziona per riconciliare il colpevole con la sua vittima sempre che il colpevole sia disposto ad ammettere la sua colpa.
Vi ricordate cosa disse in chiesa la vedova di uno degli uomini della scorta di Giovanni Falcone? “Sono disposta a perdonarvi ma dovete mettervi in ginocchio a chiedere perdono, non continuare ad uccidere”.
Questo è il punto. O per dirla come l’ha detta una volta Moni Ovadia, il perdono è una cosa privata tra la vittima e l’offensore e inoltre, il perdono prima che sia stata fatta giustizia qualche volta è complicità.
Allora, è vero che dobbiamo cercare di introdurre il più possibile forme di riparazione al posto di forme di vendetta. Ma attenzione, per certe questioni e non per altre. Non per esempio per i crimini dei colletti bianchi che fanno dei veri conti economici. Calcolano quanto e se conviene loro violare la legge.
Allora, avere l’idea che dopo che ne hai fatte più di Bertoldo puoi riparare il danno di quella volta su dieci in cui ti hanno beccato, significa invitarli a continuare a fare così.
Una volta un uomo politico di cui non faccio il nome perché ha anche lui diritto all’oblio, condannato per vari reati contro la pubblica amministrazione, ha partecipato una volta a un dibattito a Telelombardia (si tratta di Gianni de Michelisn.d.r.) con il giornalista Marco Travaglio, disse a proposito di Tangentopoli che bisognerebbe fare come in Sudafrica dove hanno costituito una commissione per la riconciliazione dopo la fine dell’apartheid.
Travaglio replicò: “Scusi, ma in Sudafrica c’erano i bianchi che ammazzavano i neri, i neri che ammazzavano i bianchi, i bantù che ammazzavano gli zulu eccetera. Qui c’eravate voi che rubavate e io che venivo derubato. E’ un po’ diverso”.
Si può scegliere quale forma di giustizia attuare se riparativa o retributiva, ma prima bisogna accertare se qualcuno ha fatto qualcosa e cosa.
E invece noi abbiamo messo su un meccanismo processuale infernale che rende sempre più difficile accertare le responsabilità. Nell’attesa di decidere quale modello di giustizia sostanziale applicare se non restituiamo agli apparati giudiziari, innanzi tutto efficienza e efficacia, torniamo all’anarchia totale.
La giustizia dello stato moderno nasce come fine dell’anarchia feudale. Il re decide che vanno messe via le spade, non c saranno più vendette, d’ora in poi sarà il re a punire i torti.
Ma se il re smette di punire i torti, la gente torna a metter mano alle spade. Questo è il rischio più grave al quale si va incontro disarmando la giustizia. Allora torniamo all’importanza del numero delle navi.
A nessuno piace usare la forza ma bisogna mettersi in testa che il sistema giudiziario non riposa sull’uso del consenso, bensì sull’uso della forza. E dunque va tutto bene, per carità, San Francesco ha ammansito il lupo, anche se poi ci hanno spiegato che i lupi non sono poi così cattivi come ci raccontavano da bambini.
Ma nel mondo degli umani qualche lupo pericoloso c’è. Ammansirlo non è sempre facile e qualche volta è inevitabile l’uso della forza, da contenere nei limiti essenziali, naturalmente, ma sempre di forza si tratta.
Fateci caso, la giustizia è rappresentata di solito dalla bilancia e dalla spada. La bilancia qualche volta non c’è ma la spada c’è sempre ed è sempre sguainata. Deve saper minacciare. O colpire.
Piercamillo Davigo
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Piercamillo è un grande, ma... Max Stirner - 02.11.2004| Piercamillo è un grande, ma sembra dimenticare l'importanza del consenso, vero lubrificante di ogni potere. E i magistrati hanno perso consenso, non sempre per loro colpa ma un pochino anche per loro colpa. | |
il consenso?? montecristo - 02.11.2004| no, un momento, un magistrato non deve tener conto del "consenso", ci mancherebbe altro! un magistrato applica le legge indipendentemente dal "consenso" popolare, punto e basta. ma scherziamo? | |
Re: PIERCAMILLO E IL LUPO Saverio Tommasi - 02.11.2004| L'ho letto, hai ragione, ne valeva "la pena". | |
Monte, provo a spiegarmi Max Stirner - 02.11.2004Nobile Conte, sono d'accordissimo con te che UN magistrato non deve tener conto del consenso. Mi riferivo alla categoria della magistratura, la quale se perde consenso nel suo insieme rischia di trovarsi il legislatore (che è espressione più o meno diretta dell'opinione pubblica) che legifera in modo da "mettere in riga" i magistrati. Ciao
ms | |
Re: PIERCAMILLO E IL LUPO Sailor - 02.11.2004Si, Piercamillo è un grande. Uno dei privilegi che mi ha concesso questo mestiere è stato quello di avermi fatto incontrare gente come lui, Colombo, Borrelli. E tanti altri magistrati seri, perbene, che credono nella legge e nello Stato.
Poi, accendi la TV e da Vespa trovi Castelli, Bondi, La Russa...
Si, Davigo ha ragione. La spada, con questi ci vuole la spada. Ma anche il bastone, le pietre, gli sputi... | |
magistrati e consenso Sailor - 02.11.2004Non ci sono dubbi che i magistrati non sono più gli eroi popolari che erano dieci anni fa. Colpa dell'atavica diffidenza nazionale verso le regole e le leggi, senza dubbio, ma soprattutto della ben orchestrata campagna della cosca del nano di Arcore e della stupidità suicida di certa sinistra (vi ricordate il "paese normale" di quel genio di D'Alema?).
E non ci sono dubbi che, senza l'appoggio ed il consenso popolare, far rispettare la legge è assai più difficile, perché la legge viene percepita non più come una garanzia per il bene comune ma come un'imposizione, quasi una violenza. Della serie: intascatevi pure le tangenti, beati voi che potete, a me basta che non mi facciano la multa se vado in motorino senza casco (o se costruisco una volletta abusiva, non faccio la ricevuta fiscale, ecc.). Scambio miope e miserabile, ma di questa pasta è fatta la patria tricolore.
Però, caro Max, esiterei a dire che, perlomeno in Italia, il Parlamento sia, come tu scrivi, l'espressione più o meno diretta dell'opinione pubblica. Con la legge elettorale che ci ritroviamo, in nano e la sua cosca possono fare i loro porci comodi molto di più di quanto i numeri puri permetterebbero loro, se ancora ci fosse il sistema proporzionale.
Certo che con questo sistema elettorale, questo sistema informativo, questo governo e questa opposizione, far applicare la legge è diventato davvero molto, molto difficile. | |
Re: PIERCAMILLO E IL LUPO montecristo - 02.11.2004Max, così va meglio, anche se magari usi il termine ‘consenso’ in maniera un pochino impropria, intendendo invece rispetto, rispettabilità, stima, fiducia.
Sailor: sono sostanzialmente d’accordo col tuo secondo intervento (tranne forse sul punto specifico della legge elettorale). Condivido anche il tuo primo intervento, TRANNE l’ultima riga: no Sailor, niente “bastoni, pietre e sputi”. Spiacente, ma su questo prendo le distanze. Passi automaticamente dalla parte del torto. E cerca di capire bene quello che voglio dire.
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spade, bastoni e sputi in un occhio Sailor - 03.11.2004Ma Montecristo, come sei violento!
Davigo vorrebbe giustamente mozzare le mani ai ladroni con la spada della Giustizia. Io, più pacifista, mi accontenterei di alcune vergate sulla schiena e di uno sputo in un occhio (una robetta alla Totti). Magari, chessò, pure alcuni anni in un campo di rieducazione vietnamita...
Dai, non prendere sempre tutto seriamente. Si può fare dell'ironia e scherzare pure sulle cose serie. | |
Re: PIERCAMILLO E IL LUPO milo calaferro - 03.11.2004«Certo che con questo sistema elettorale, questo sistema informativo, questo governo e questa opposizione, far applicare la legge è diventato davvero molto, molto difficile».
Parole sante, Sailor. Aggiungiamoci che in questi giorni in Parlamento stanno passando leggi sulla giustizia che fanno rabbrividire. E il popolo non ne sa nulla. Il popolo crede che si stia riformando la giustizia per renderla più efficiente, per sveltire i processi e così via.
Invece quel commando di "terroristi islamici" che da tre anni bivacca nelle aule del nostro Parlamento in questo preciso momento la giustizia la sta scannando e decapitando, nel silenzio e nell'indifferenza dei media, loro alleati. L'opposizione si sta battendo da leone (ho seguito un collegamento di radio radicale) per cercare di salvare l'ostaggio. Ma i suoi interventi, ora fieri ora concilianti ora supplichevoli non ottengono altro da parte della maggioranza che insulti ed irrisione.
Intanto gli sgherri Ferrara e Feltri già preparano una prima pagina con il nano di Arcore che alza al cielo trionfante la testa della giustizia. Tempo fa sopra la testa di Nicolas Berg campeggiava la scritta: "Questo è l'Islam". Stavolta immagino ci sarà scritto: "Questa è l'Italia".
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Re: PIERCAMILLO E IL LUPO oldeagle - 09.11.2004Tutto bene. Anzi, no. Perchè Piercamillo - assieme a tante verità - non ha fatto alcun cenno al fatto che i giudici non sono divenuti altro che una corporazione che difende sè stessa da qualsiasi modifica si voglia introdurre nel sistema.
Giuste le osservazioni sulla politica, ma che dire allora dei tanti "bramini" che popolano i nostri palazzi di giustizia, con stipendi che altri italiani possono solo sognare, e spesso con "diritti" (vedi autoblù, scorte, mansioni...) che sono a tratti superiori a quelli degli stessi satrapi politici?
Fatemi aggiungere solo un dato (preso da una ricerca di Martinelli): per la diffamazione un normale cittadino è risarcito solitamente con una cifra che varia tra i 3 e i 5 milioni di vecchie lire. Per un politico si passa dai 5 ai 10. Per la diffamazione (presunta... e poi si sa che nel caso è un giudice che deve decidere, e cioè un socio di un club ristretto...) nei confronti di un giudice la media è stata - nell'ultimo decennio - tra i 20 e i 50 milioni.
E poi mi venite a dire che la legge è uguale per tutti? Ma per piacere..... | |
Re: PIERCAMILLO E IL LUPO milo calaferro - 10.11.2004Ecco le critiche di Oldeagle alla magistratura:
1) «I giudici non sono divenuti altro che una corporazione che difende sè stessa da qualsiasi modifica si voglia introdurre nel sistema».
2) «Che dire dei tanti "bramini" che popolano i nostri palazzi di giustizia, con stipendi che altri italiani possono solo sognare, e spesso con "diritti" (vedi autoblù, scorte, mansioni...) che sono a tratti superiori a quelli degli stessi satrapi politici?».
3) «Per la diffamazione un normale cittadino è risarcito solitamente con una cifra che varia tra i 3 e i 5 milioni di vecchie lire. Per un politico si passa dai 5 ai 10. Per la diffamazione nei confronti di un giudice la media è stata - nell'ultimo decennio - tra i 20 e i 50 milioni».
Oldeagle quindi chiosa con questo amaro commento:
«E poi mi venite a dire che la legge è uguale per tutti? Ma per piacere.....».
Queste osservazioni sui giudici, per Oldeagle, dimostrerebbero che la legge non è uguale per tutti. Mi piacerebbe capire dove sia la relazione tra i fatti da lui evidenziati e la disuguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Poi vorrei capire dove sia la relazione tra quegli stessi fatti e la riforma della giustizia che sta per essere varata dal Parlamento.
E' cosciente Oldeagle di quali siano le «modifiche al sistema» dalle quali «la corporazione dei giudici» starebbe «difendendo se stessa»?
Queste modifiche, caro Oldeagle, sono tutte dirette ad un solo fine: ad abolire la divisione dei poteri sancita dalla Costituzione. E' diretta a privare la magistratura della sua indipendenza, sottomettendola totalmente al potere politico.
Vorrei capire cosa c'entrino i reali problemi della giustizia odierna con i contenuti e gli obiettivi di questa riforma.
Conosce Oldeagle anche un solo punto, un solo articolo o un solo comma di questa riforma? Ci vogliamo raccontare che la riforma mira ad accorciare la durata dei processi e a togliere qualche auto blu di troppo ai giudici?
Va bene, ma a chi giova raccontarsi queste favole da notte di Natale? Agli stessi politici che vogliono controllare a loro piacimento i giudici, ecco a chi giova. Quanto al nocumento, caro Oldeagle, non è per i giudici, ma è per te, per me, per tutti i cittadini. A meno che tu non sia un politico. I giudici, te l'assicuro, dal punto di vista personale avrebbero piuttosto da guadagnare che da perdere a diventare uno strumento del potere. Ti assicuro che fare i servi dei potenti è molto più redditizio e gratificante dal punto di vista materiale (pensa ai conti esteri di Renato Squillante).
I giudici che si stanno battendo lo stanno facendo non per difendere i loro stipendi e le loro auto blu (che tra l'altro nessuno glieli sta insidiando), bensì perchè evidentemente alla stragrande maggioranza di essi ripugna il pensiero di dover diventare servitori e strumento delle INGIUSTIZIE e delle porcherie del potere, quando invece avevano scelto quel lavoro per mettersi al servizio della GIUSTIZIA. Come provano, del resto, i lusinghieri giudizi espressi sulla categoria dal nostro nobile presidente del Consiglio: «Per fare il magistrato devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche»,
«Se fanno il magistrato è perchè sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana». Poi è chiaro (sempre secondo B.) che ci sono le eccezioni che confermano la regola, come ad esempio il suddetto giudice benemerito Renato Squillante e tutti quelli come lui. Ecco, è questo il modello di giudice che ha in mente il nostro beneamato premier. Lui vuole una magistratura sana, vuole estirpare dal campo della giustizia la gramigna dei magistrati psicopatici e «antropologicamente diversi dal resto della razza umana».
Pensi, Oldeagle, che Berlusconi abbia messo i suoi avvocati personali a fare i deputati per realizzare una riforma mirata ad accorciare la durata dei processi, a rendere la giustizia più snella ed efficiente? Come mai allora, lui e il suo braccio sinistro Previti (quello destro è Dell'Utri) hanno usato finora quegli avvocati per ostacolare, per frenare, per annullare i processi che li riguardavano, tanto che Berlusconi è conosciuto anche come Cavalier Prescrizioni?
E pensi che in Sicilia, nel 2001, B. abbia vinto in 61 collegi su 61 perchè accorciasse la durata dei processi, perchè rendesse la giustizia più snella, efficiente ed efficace?
Per concludere, caro Oldeagle, non riesco a spiegarmi, visto che deplori l'attuale disuguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, come tu possa schierarti a favore di chi quella disuguaglianza sta per elevare all'ennesima potenza ed a sancire definitivamente.
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