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16.03.2005 Aran: il diamante salvato all’oblìo
di Rina Brundu
Uno scritto di Rina Brundu Eustace
Il 17 Marzo in Irlanda si festeggia San Patrizio. Da tempo immemore l’occasione è speciale e in quel giorno le strade di Dublino si affollano di turisti che arrivano da ogni parte del globo e dall’America in particolare.
Declan Malone di New York, come buona parte degli altri visitatori, è nipote di quella vecchia Irlanda che è stata prima di tutto terra di emigrazione cronica, Paese di speranze disilluse, patria scomoda, a volte bastarda.
Avanti negli anni, Declan ha la carnagione molto chiara, gli occhi marroni e i capelli rossicci. Zoppica vistosamente dopo che, anni fa, una Volvo in corsa gli spiacciccò tre dita del piede sinistro sull’asfalto infuocato di una autostrada texana.
Lo incontro in un ristorante di Grafton e subito mi parla di Inishmore e delle altre due isole Aran. “Sono tre spuntoni di roccia salvati per miracolo alla furia dell’Atlantico, davanti alla Baia di Galway” mi dice mentre attende di essere servito. “Ma fra 350000 anni non esisteranno più” aggiunge prima di fermarsi come intento a riflettere sull’inarrestabile e ingannevole lavorìo dell’oceano.
“Mio nonno è nato ad Inishmore, la maggiore delle isole Aran” continua dopo un pò. “E’ emigrato in America all’età di 20 anni ed è morto quando ne aveva 90 senza avere mai avuto la possibilità di tornare nella terra che era stata la patria dei suoi avi per generazioni. E così è accaduto per il figlio che era pure mio padre”.
Declan spilucca distrattamente sul piatto. Preferisce parlare: “Questo invece è il mio decimo ritorno ad Aran. Più che un viaggio è un pellegrinaggio ormai. La sera del 16 Marzo di ogni anno sono a Dublino, il 17 assisto alla grande parata di San Patrizio, il 18 mattina parto per Galway e dopo avere attraversato Connemara arrivo fino a Rossaveal dove prendo il traghetto per le isole. Sempre lo stesso percorso. Con anche lo stesso cielo cupo sopra di me e con il verde brillante dei prati che ti entra nell’occhio procurandoti il medesimo fastidio di un ago avvelenato”.
Sorseggia la birra e poi riprende:“Non che le isole siano sempre quelle. Il Forte di Dun Angus resiste da par suo e pure i muri dei vecchi monasteri sono ancora lì. Credo che quelli andranno a fondo quando l’ultimo spezzone di roccia annacquata si sgretolerà sotto di loro. Ma quella è un’altra storia” il vecchio scuote la testa.
“Il fatto è che le Aran che furono non sono più. Neppure nella memoria degli ultimi abitanti” si affretta a precisare con tono lamentoso. “Al tempo di mio nonno il passato riviveva nei ricordi degli seanchai (raccontastorie, nda). Meglio se gli si stuzzicava con un buon bicchiere di poitin (acquavite, nda), ma riuscivano con mestiere a risuscitare mille antiche faccende.
Storie fantastiche di elfi scioperati e vicende meno improbabili di spiriti scontenti annichiliti dalla fatica perchè su quella superficie pietrosa mancava persino la terra da coltivare e gli orti occorreva inventarli trasportando le alghe dal mare. Se ne preoccupavano le donne che di giorno facevano la spola tra la riva e l’interno e la sera si arrampicavano sugli spuntoni di roccia per scrutare il mare. Spesso tornavano indietro a passo lento”.
Finalmente Declan si decide a terminare il pasto. Freddo. Più tardi trova il tempo di raccontarmi altri momenti di quello che per lui è diventato un rituale sacro: “Perchè insisto a tornare? Immagino, per ritrovare qualcosa che mi sono perso dentro. O che forse non ho mai avuto”. Ride. “E naturalmente per dare man forte agli ultimi uomini di Aran affinchè tengano duro contro la potente lobby di quei dannatissimi builders (costruttori, nda).
Sono vecchio e pure azzoppato ma riesco ancora a farmi sentire se mi ci metto d’impegno. La speculazione edilizia selvaggia che in tempi recenti ha riguardato molte altre zone dell’isola Smeralda non deve sfiorare le Aran. Lo sai che come forestieri e stranieri noi non potremmo acquistare neppure un misero spuntone di roccia? In ogni caso gli Araners non ce lo venderebbero. Almeno così dicono.
In verità è pure vietato portare via ciottoli e pietre dalla spiaggia, ma debbo ammettere che non ho resistito” confessa mentre fruga nella tasca destra della giacca e poi depone sul tavolo un frammento di calcare levigato.
Sfiorandolo mi viene da pensare che fra 350000 anni potrebbe diventare un prezioso reperto. Per il vecchio signore americano lo è di già. E infatti me lo strappa subito dalle mani quasi temendone un eccessivo e rapido consumo. Poi si scusa. Con gli occhi. Prende il ciottolo e lo carezza tra le mani: “Per i più un altro miserabile spezzone di roccia, per me un diamante salvato all’oblìo”. Dice. Poi si alza, saluta e se ne va.
Rina Brundu Eustace
Dublin, 15 marzo 2005
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Re: Aran: il diamante salvato all’oblìo Rina Brundu - 17.03.2005This article can also be found at
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