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23.05.2005
Gente di Dublino
di Rina Brundu

Tutto, (o quasi) sulle nuove regole ODG e gli Italiani residenti all’estero

Quando una gentile signora dell’Ordine dei Giornalisti del Lazio mi chiese il numero del telefonino per chiamarmi qui a Dublino, pensai che si trattasse di una forma più sofisticata di p.f.o. (NDA lett. please, fuck off, espressione solitamente usata in riferimento ad una missiva di rifiuto – tre paragrafi standard: saluto amichevole, ferma negazione della proposta o della richiesta, addio lacrimevole da carrambata nazionalpopolare).

Invece, mantenne la parola. Mi chiamò. E fu ancora più gentile. Molto cortese. Mi spiegò con pazienza che le nuove regole dell’Ordine richiedevano all’aspirante giornalista professionista un tirocinio remunerato di 18 mesi presso un giornale, o rivista, che avesse una tiratura consolidata di 10,000 copie.

La signora mi informò anche che lo stesso giornale avrebbe dovuto mettere a disposizione del trainee un tutor che si occupasse in maniera attiva dell’addestramento e seguisse i progressi dell’allievo proprio come farebbe un severo ma quanto mai valido maestro di vita. Quando poi l'Ambasciata avrebbe certificato l'attività svolta e assicurato l'Ordine che il giornale in questione rispondeva ai requisiti (e che il maestro di vita non fosse in realtà uno scaltro adepta di Scientology!), io, sarda, mi sarei potuta mettere in viaggio verso Roma con la coscienza immacolata del pellegrino appena confessato; così purificata, avrei potuto finalmente sostenere l’esame di Stato e, passato quello, diventare giornalista professionista.

"Let's show them how we do things downtown!" (NDA lett. Facciamoli vedere come si fa!) pensai, raggiante. Da anni alle prese con le kafkiane atmosfere della burocrazia irlandese non riuscivo a soffocare un motto d'orgoglio al pensiero del vento di efficienza, professionalità, cortesia che spirava dalla mia Patria lontana.

Di buon grado mi misi alla ricerca del giornale, o della rivista che, in quel di Dublino, mi avrebbe permesso di ottemperare a quanto richiesto dall'Ordine per bocca della gentile signora.

Le risposte non tardarono ad arrivare: una serie di pfos (quelli veri!), ma anche qualcosa di concreto, come per esempio un training di cinque giorni presso un giornale con una readership significativa. Cinque giorni? Il pensiero di come "coprire" per i restanti 175 richiesti fece passare in secondo piano pure l'altro punto che risultava chiaro leggendo quelle e-mail: ovvero, il fatto che in Irlanda il training presso un giornale non viene di regola pagato.

La retribuzione era l’ultima preoccupazione, ma non potevo dimenticare che tra la documentazione da presentare all’Ordine non dovevano mancare le fotocopie delle “buste paga”. Che fare?

Cominciò a sfiorarmi il dubbio dell’esistenza di un meccanismo non perfettamente oliato, ma mi rassegnai a fare delle ricerche più approfondite sulle “pratiche” locali. Informazioni fornitemi da una professionista dell’Irish Times (NDA Il più autorevole quotidiano irlandese) corroborarono la mia ipotesi iniziale.

In particolare, la mia fonte rimarcò che è sicuramente molto più facile diventare giornalisti in Gran Bretagna e nell’Isola Smeralda (nella sola Repubblica d’Irlanda esistono 3500 giornalisti iscritti all’Ordine su una popolazione di poco più di 3.500.000 abitanti) che in Italia.

Per diventare membro dell’NUJ (National Union of Journalists) occorre semplicemente dimostrare che si è stati pubblicati in più di una occasione e pagare una fee mensile; non è richiesto quindi un preciso percorso addestrativo e sicuramente non vi è traccia dell’imbarazzante presenza del maestro di vita.

Soprattutto, la mia fonte ci tenne a precisare che esistendo in Irlanda solo una manciata di giornali e riviste con una tiratura superiore alle diecimila copia, le possibilità per uno studente straniero (per la serie ‘ca nisciuno e fesso!) di portare a termine un training di 18 mesi retribuito sono di norma uguali allo zero, mentre la chance di ottemperare a tutte le richieste avvanzate da un Ordine come quello italiano è nulla. Full stop. Inutile aggiungere che basta anche solo dare un’occhiata alle informazioni fornite nel sito Internet del National Union of Journalists per comprovare la bontà di quanto sopra (http://www.nuj.org.uk/)

A questo punto del percorso il dubbio che le nuove regole dell’ODG, applicate agli Italiani residenti all’estero, siano state stabilite senza una adeguata conoscenza delle diverse realtà nazionali, può legittimamente diventare certezza.

E se la già menzionata situazione di disparità di trattamento e di condizioni oggettive, riguarda un Paese come l’Irlanda che del filoeuropeismo ha fatto bandiera e business e quindi non manca certo di buona volontà quando si tratta di normalizzare parametri differenti rispetto a qualunque materia (dalla vendita degli aghi all’addestramento degli elefanti), mi viene da chiedermi quali possano essere le difficoltà incontrate da uno studente sardo o italiano che abbia la “sfortuna” di vivere in nazioni che presentano realtà sociali ed economiche difficili o che sono per loro natura indifferenti alla problematica considerata.

Con spirito goliardico voglio anche fermarmi a considerare se la legittima aspirazione di un moderno emigrato italiano (il cui profilo personale e culturale, nonchè le ragioni che lo hanno indotto ad abbandonare la Patria sono quasi sicuramente diverse da quelle che motivavano la partenza di molti nostri connazionali all’inizio del ventesimo secolo e nelle decadi successive, senza considerare che dentro il villaggio globale le relazioni con quella non potrebbero mai essere troppo sporadiche) di diventare un giornalista professionista iscritto all’Ordine dei Giornalisti del suo Paese d’origine sia, appunto, legittimo o se invece ci si trovi in presenza di una palese discriminazione professionale.

Personalmente propendo per la seconda ipotesi. O vogliamo pensare che per ottemperare alle richieste della mia pur squisita signora, il compassato Irish Times deciderà di affiancare un maestro di vita ad ogni giornalista italiano di belle speranze che abbia avuto la fortuna di atterrare in quel di Dublino? A voi, l’ardua sentenza.

Rina Brundu Eustace



 
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