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29.08.2005
Sommerso in Sardegna. Siamo andati a vedere
di Anonimo

Povero frustrato e abusivo. Ordine e Assostampa frugano nel giornalismo sommerso in Sardegna

Ha tra i 25 e i 40 anni, spesso è diplomato, talvolta laureato. Lavora almeno otto ore al giorno e quando va bene, ma deve andar bene, porta a casa ottocento euro: altrimenti il suo reddito, e non è un'eccezione, si aggira sui quattrocento euro.

A patto che non si prenda l'influenza, perché non avendo né assistenza né malattia pagata, una settimana di letto lo porterebbe a non quadrare i conti del mese: così, racconta, in genere finisce per lavorare anche se ha la febbre a quaranta.

Le ferie non se le può permettere, visto che ogni giorno di riposo fa calare drammaticamente i suoi incassi, e nemmeno stacca una volta alla settimana.

Aspira al posto fisso ma sa che quasi certamente non lo conquisterà e, manco a dirlo, la sua soddisfazione professionale è molto bassa anche per le numerose ingiustizie che ritiene di subire da parte dei colleghi che quel posto fisso lo hanno ottenuto e che sono diventati i suoi capi pur senza gradi.

Ma cosa produce questo lavoratore sfruttato? Sorpresa: produce notizie.

A basso costo per le aziende editoriali, che per ogni servizio gli versano una cifra che oscilla tra i cinque e i venti euro, anche se per raccogliere le notizie e scriverle lui ha speso un giorno intero o persino due.

Questo è il nuovo giornalismo di casa nostra. Ed è il risultato di una indagine che una commissione mista (presieduta da Celestino Tabasso) tra l'Associazione stampa sarda e l'Ordine dei giornalisti della Sardegna ha condotto su circa 240 giornalisti precari della Sardegna.

La Commissione (presieduta da Celestino Tabasso) ha predisposto un questionario, diffuso tra i collaboratori di quotidiani e televisioni della Sardegna, e ha lavorato insieme all'Istituto di sociologia e all'Istituto di statistica della facoltà di scienze politiche dell'Università di Cagliari. Si tratta della prima indagine a tappeto sul precariato nel giornalismo condotta in Italia negli ultimi anni.

Dal lavoro è risultato che i precari dell'informazione producono ogni giorno una quota tra il 45 (Giornale di Sardegna) e il 75 per cento (Unione Sarda) delle notizie pubblicate dai tre quotidiani sardi.

Un dato che mostra chiaramente il rovescio della medaglia: le redazioni sono ridotte a una sorta di salumifici, con il compito di insaccare il materiale prodotto all'esterno da colleghi che lottano per far quadrare i conti e arrivare in maniera decente alla fine del mese.

L'identikit dei circa 240 collaboratori e corrispondenti è fatto da un 55 per cento di uomini e un 45 di donne.

Il 58 per cento ha il diploma, il 42 la laurea. L'11 per cento del campione considerato è composto da persone tra i 45 e i 59 anni, il venti per cento tra i 36 e i 44 anni, il cinquantadue per cento tra i 29 e i 35 anni e, infine, c'è una quota del 17 per cento dei collaboratori con una età tra i 23 e i 27 anni.

La netta maggioranza è formata da pubblicisti (68 per cento), professionisti e praticanti sono il 14 per cento mentre il 18 per cento non è iscritto all'Ordine dei giornalisti.

Appena 10 intervistati su cento guadagnano tra gli 800 e i 1.000 euro al mese, solo il sei per cento va oltre. La stragrande maggioranza (il 73 per cento) incassa meno di 800 euro netti al mese e, tra questi, circa la metà non raggiunge i 500 euro: il tutto in cambio di orari di lavoro che spesso vanno oltre le otto, dieci ore quotidiane.

Preoccupante forse più di tutto il resto è l'aspetto dei diritti e dei doveri.

Il 68 per cento dei precari racconta di svolgere mansioni tipiche del redattore, talvolta con servizi persino da inviato. Il 33 per cento degli intervistati copre notizie di politica, senz avere la copertura di un contratto o di una qualunque garanzia da parte dell'azienda editoriale. Dall'indagine emergono anche cinque casi di neristi e tre di giudiziaristi senza contratto.

L'80 per cento non ha rimborsi di alcun genere (né benzina né telefono), mentre il 90 per cento dei precari dichiara di non vedersi riconosciuto nemmeno un giorno di ferie all'anno.

Questo è il quadro emerso dall'indagine condotta in Sardegna. Col timore, che è quasi una certezza, che nel resto d'Italia, se solo si andasse a frugare, la situazione non sarebbe migliore.

Marco Mostallino
Consigliere Ordine dei giornalisti della Sardegna

Chi volesse il testo integrale della relazione può scrivere a marco.mostallino@gds.sm



 
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Re: Sommerso in Sardegna. Siamo andati a vedere
afragolese - 29.08.2005
I contenuti di quest'articolo mi meravigliano, ma in positivo.
Dalla mia esperienza mi pare proprio, infatti, che la situazione della Sardegna sia più rosea di quella di altre parti d'Italia, dove la situazione, per l'appunto, non solo non è migliore, ma è addirittura peggiore.

Ho lavorato per 4 anni in Campania senza prendere una lira. Illudevo me stesso di farlo per hobby... Erano gli anni della scuola superiore (ah, il liceo classico, mica un professionale!), avevo il pallino del giornalismo, sognavo di diventare chissà chi ma nel frattempo mettevo a disposizione di editori senza scrupoli (autopersuaso che fossero loro a fare un favore a me!) il mio tempo, ma la mia intelligenza, la mia firma (che mi è costata una querela per la quale oggi, a distanza di 4 anni, sto ancòra sotto processo). Il tutto in cambio di un versamento contributivo per l'iscrizione all'albo come pubblicista che non è mai arrivata. E forse un po' per colpa mia, perché ho deciso di andar via illuso che altrove la situazione fosse migliore.
Sono andato a Bologna, dove ho cominciato gli studi universitari. Busso innumerevoli volte alle porte del Domani e mi dicono sempre che il direttore non c'è o è occupato a leggere i giornali (altrui). Telefono al Carlino e mi dicono chiaro e tondo che lì senza raccomandazione non si entra. Mando una mail alla redazione locale di Repubblica e mi dicono che al momento non possono permettersi di prendere nessuno, poi vengo a sapere che hanno ancòra in corso cause di lavoro di cui sono stati sommersi anni addietro. Busso alle radio gestite dalle ARCI, quelle che chiudono e aprono... e mi propongono collaborazioni volontarie per 6 ore al giorno di presenza fisica in redazione. Mando mail a Italia 7 gold per uno stage... e lì vogliono addirittura assumermi, mi sento al settimo cielo, ma il caporedattore dice all'amministratore delegato che ho rifiutato perché deve piazzare una sua amica.

Nel frattempo una mia amica, laureata in Filosofia con 108/110, continua a scrivere sul Roma a 5 euro ad articolo, con i soldi che le arrivano tutti insieme due, massimo tre volte all'anno.
Sapete che vi dico? Che ora me ne vengo in Sardegna...


Re: Sommerso in Sardegna. Siamo andati a vedere
montecristo - 29.08.2005
Ordine e Assostampa frugano...e poi? E poi che fanno? Se non altro (sigh..), hanno almeno passato il dossier all'Ispettorato del lavoro (si chiama ancora così?), alla magistratura?
Chiedo scusa, faccio il giornalista da 20 anni, ma qualcuno può spiegarmi a che serve l'Ordine, il sindacato?


Re: Sommerso in Sardegna. Siamo andati a vedere
chiacchiara - 30.08.2005
Già, la situazione non è migliore nel resto d'Italia, buttiamolo via quel condizionale! Assostampa e Ordine hanno mai messo il naso nella terrificante realtà romana e laziale? Parlo di giornalisti costretti, nella migliore delle ipotesi, ad accettare contratti a progetto da 800 euro al mese pur di poter lavorare. Parlo di giornate lavorative di quattordici ore, ovviamente senza il riconoscimento degli straordinari (perché, esistono?). Parlo di direttori responsabili fantoccio, in realtà amabili vecchine che stanno a casa a fare biscotti, che non hanno mai messo piede in redazione. Parlo di professionisti (nel senso morale del termine) che lavorano in redazione da dieci anni e più ma ricevono il riconoscimento del praticantato solo ieri. Parlo di colleghi che vanno all'Ordine in cerca di aiuto e vengono rispediti a casa con una scrollata di spalle, "Siamo al corrente della situazione, ma non possiamo fare nulla".
Sono sicura che esiste di peggio, per carità. Ma è triste constatare come questa stia diventando una realtà sempre più comune, accettata passivamente un po' da tutti nell'ambiente. Anche da chi la subisce.


Re: Sommerso in Sardegna. Siamo andati a vedere
over_over - 31.08.2005
Beh, tutto il mondo è paese. Anche la Toscana non sta meglio. Forse peggio. I quotidiani pagano una miseria, dai 5 ai 10 euro. Il che significa, per un collaboratore fisso, non nel senso contrattuale del termine, scrivere un centinaio di pezzi e arrivare a fine mese con una notula di max 800 euro (iva e inpgi compresi su cui poi doverci pagare le tasse) Ovvero "puliti" non più di 450 euro al mese. Questo a fare il collaboratore per un quotidiano.
Quindi ci metti dentro un po' di uffici stampa. Se non sei "amico" di ... non ti fanno fare niente e quindi ti devi rivolgere a chi un ufficio stampa già lo gestisce. Cerchi di commuoverlo e ottieni un lavoro in subappalto. La cifra che ti arriva a fine mese? Una miseria, ovviamente.
Alla fine fai due conti e ti accorgi che il tuo stipendio non arriva a mille euro netti al mesi, meno di quanto guadagni tua moglie dipendente pubblico.
E allora ti domandi, come faccio a mantenere mio figlio?
Cosa vado a fare se ho più di 40 anni e ho sempre fatto il giornalista? L'operaio potrebbe essere una soluzione, almeno economica (contratto, ferie, sindacato che ti protegge).
Però di che me ne faccio della laurea, della seconda in arrivo e dell'abilitazione da professionista?


per over over
afragolese - 31.08.2005
Tu almeno la laurea ce l'hai (anzi ne hai due), e ci puoi fare altre cose.
La maggior parte dei giornalisti non ce l'ha, compresi gli storici corporativisti (potrei citare molti nomi famosi) che stanno molto più in alto di noi, hanno dei contratti che solo un parlamentare potrebbe far loro invidia e magari si fanno pure chiamare dottori (a volte con un diploma di ragioneria), in violazione dell'art. 498 c.p..

Pensa che io ho 21 anni e ne sto prendendo una, ma siccome è eccessivamente specifica (si chiama "Media e giornalismo") non posso farci altro che il giornalista (al limite, visto che afferisce alla classe delle lauree in scienze della comunicazione, potrei concorrere per alcune figure professionali che la legge 150/2000 e il dpr 422/2001, suo regolamento di attuazione, riservano ai laureati in quest'àmbito... ma c'è pur sempre il blocco delle assunzioni dovuto al patto di stabilità!).
Il giornalista lo faccio precario, e non grazie a quella laurea (di cui nessuno s'importa), e non riesco a trovare nessun altro lavoro perché quella rara volta che qualcuno a cui ho mandato il CV si degna di rispondermi mi dice o che ho esperienze indirizzate esclusivamente in un unico campo, invitandomi per il mio bene (ma che ne sa lui del mio bene!) a proseguire in quella direzione, oppure con frasi del tipo «Ascolta, te lo dico come un fratello, il tuo curriculum è sprecato per una posizione del genere!» (nello specifico, si trattava di fare l'operatore del call center di una compagnia di assicurazioni. Hanno preferito prendere un ragazzo più giovane di me con un'analoga breve esperienza nella mansione, che peraltro avevo anch'io).





 

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