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03.04.2006 L'inquisizione di Palermo
di Enza Garipoli
Una collega pubblicista, dipendente dell’Università di Palermo, rischia il licenziamento per avere "osato" pubblicare un arcinoto fatto di cronaca riguardante un'inchiesta avviata a carico di due docenti dell'ateneo di Palermo. Lunedì 3 aprile dovrà infatti comparire presso il competente Ufficio dell’Ateneo per rispondere in merito a un procedimento disciplinare avviato dall’Università nei suoi confronti.
Una vicenda che non depone certamente a favore dell’illustre passato dell’Università di Palermo, ma nei giorni scorsi è accaduto l’impensabile. Una collega giornalista, la catanese Francesca Patanè, dipendente, come funzionario di biblioteca, dell’Università di Palermo, il 3 aprile prossimo dovrà comparire presso il competente Ufficio dell’Ateneo per rispondere in merito a un procedimento disciplinare avviato dall’Università nei suoi confronti.
Alla comparizione o, per meglio dire, al “processo sommario”, che si terrà in idoneo ambiente visto che la sede dell’Amministrazione universitaria di Palermo è lo Steri - famigerato teatro dei processi del Tribunale dell’Inquisizione - seguirà (secondo il programma dell’Ateneo annunciato sulla lettera di addebiti) il licenziamento in tronco: la sentenza infatti è già stata scritta, perché dal comportamento della giornalista “inquisita” a loro dire “è derivato danno grave all’Amministrazione o a terzi” e perché “fatti o atti dolosi” (come quelli che evidentemente le si imputano), “pur non costituendo illeciti di rilevanza penale sono di gravità tale da non consentire la prosecuzione neppure provvisoria del rapporto di lavoro”.
La contestazione riguarda un articolo, scritto sul numero di apertura del mese di gennaio di “Ateneo Palermitano”, il giornale on line di cui da cinque anni la stessa giornalista è direttore responsabile.
Secondo la contestazione, l’articolo in questione – intitolato asetticamente “Indagati due docenti dell’Università di Palermo” - “appare offensivo nei confronti dei docenti menzionati e, in generale, di carattere diffamatorio per l’Ateneo”.
Dell’articolo – che si trova attualmente on line all’interno della sezione “Archivio” di “Ateneo Palermitano” - è stato fatto un richiamo anche sull’home page insieme a quelli di maggiore rilievo di quel numero (com’è consuetudine del giornale) titolato in modo più accattivante – secondo l’uso giornalistico comune che ha lo scopo di sollecitare nel rispetto della verità l’interesse e la curiosità intellettuale del lettore - “Tanto va la gatta al lardo…”, riferito alla situazione generale di “malauniversità” regionale (ben noti i casi di mafia all’Università di Messina) e nazionale. (In varie occasioni firme del giornalismo italiano come Attilio Bolzoni si sono occupate del problema).
Nell’articolo che ha suscitato cotanta riprovazione, in verità, non è stato diffuso nessun fatto nuovo e tanto meno inventato.
Infatti, la notizia era già di dominio pubblico per essere stata oggetto di lanci di agenzia e di diversi articoli precedentemente pubblicati sulla stampa nazionale (Il Corriere della Sera, l’Unità, La Repubblica,…) e su quella locale (Il Giornale di Sicilia), e probabilmente anche su quella internazionale, dal momento che tutto è partito dall’esposto di un docente – Quirino Paris – che insegna Economia agraria all’Università della California, Davis.
Esistono nell’articolo gli estremi della diffamazione? Ma non scherziamo! Francesca Patanè, che ben conosce di giornalismo dal momento che ha cominciato oltre ventisette anni or sono, si è limitata a narrare unicamente i fatti, e per giunta arcinoti, soprattutto nell’ambito dell’Università di Palermo.
La collega ha puntualmente riferito un fatto di cronaca, partendo dall’apertura delle indagini, e cioè da una notizia reale e già diffusa dai media, non esprimendo giudizi di colpevolezza né commentato alcunché, anzi mantenendo un atteggiamento deontologico estremamente corretto.
Ben lungi dal mostrarsi di parte, ha voluto precisare, infatti, in fondo all’articolo: “…Se questa è la realtà (incontestabile) le deduzioni spettano solo ai giudici: è loro il compito di distinguere regolarità di procedure da ipotesi di reato”.
Ma l’Ateneo, evidentemente, non ha saputo fare a meno del rigurgito di ribellione contro la dipendente, che ha osato interferire nel lavaggio interno di certi panni, non potendo, ovviamente, “punire” gli inquirenti che hanno “osato” avviare le indagini nei confronti dei due professori, i quali - loro sì, poiché sono stati i primi - hanno in effetti portato l’Università palermitana alla ribalta davvero poco gratificante della cronaca nazionale.
E noi troviamo singolare che, invece di stigmatizzare i protagonisti del fatto e i capi d’accusa per cui sono indagati i due docenti, con l’arma del “datore di lavoro” un’Amministrazione pubblica preferisca vendicarsi di chi – ritenuto l’elemento debole della catena - ha avuto la “colpa” di aver contribuito, per dovere di cronaca, a diffonderne la notizia.
“Ma cosa si aspettavano che facessi? – ci ha detto la collega “inquisita” - che mi mettessi il bavaglio? Insabbiassi? Facessi finta di nulla? Io prima che dipendente dell’Ateneo sono una cittadina libera, che vive in un Paese libero e democratico, dove il diritto di espressione è garantito dalla Costituzione. E in più, sono una giornalista corretta che esercita, correttamente, il suo diritto/dovere di informazione. Certo, sono anche dipendente dell’Ateneo, ma questo non significa che in quanto tale sono obbligata al silenzio e costretta a violare il mio dovere che l’altro mio ruolo di giornalista mi impone: quello di informare”.
“E poi – ha continuato la giornalista - che c’entra l’Ateneo in questa storia? Perché, mettendo in piedi un’accusa capziosa, si schiera coi due docenti indagati - Salvatore Tudisca e Antonio Bacarella, accusati di associazione a delinquere e abuso d’ufficio, presunti innocenti fino a prova contraria, ma che potrebbero a fine giudizio risultare colpevoli, invece di mostrarsi super partes, almeno fino alla sentenza?”.
E in effetti qualche ragionevole dubbio assale sulla linearità del comportamento dell’Università palermitana, che per imporre la sua autorità utilizza impropriamente strumenti, come i procedimenti disciplinari, che la Pubblica Amministrazione mette a sua disposizione esclusivamente per sanzioni inerenti all’attività prestata in qualità di dipendente e non per altre attività che con il servizio presso l’Amministrazione non hanno niente a che fare. E tutto ciò per infliggere una condanna già scritta, certamente sproporzionata rispetto all’ “ipotesi di reato”, e soprattutto non prevista per i casi di diffamazione riconosciuta, che non contempla tra le sanzioni il licenziamento, peraltro da un posto di lavoro che non è assolutamente riconducibile all’attività di giornalista.
Ma la contestazione di addebiti avanzata dall’Università alla collega non si ferma qui e accenna anche alla sua attività giornalistica - una collaborazione nella qualità di pubblicista prestata peraltro a titolo gratuito - ritenuta dall’Ateneo “incompatibile con lo status di pubblico dipendente”.
E con questa accusa l’Ateneo mostra di non conoscere le leggi che tutelano la nostra categoria, e di non sapere che i giornalisti pubblicisti si differenziano dai colleghi professionisti solo ed esclusivamente per la facoltà che hanno di svolgere l’attività pur lavorando in Pubbliche Amministrazioni o pur esercitando libere professioni.
E poi - come ben ha sottolineato la collega – come mai il rilievo di incompatibilità non le è stato mosso ai tempi in cui era per conto l’Ateneo direttore editoriale del suo giornale di informazione ufficiale? Eppure nulla è cambiato, dal punto di vista legislativo, da allora ad ora.
“Sono scomoda – si legge sulla lettera che la collega ha diffuso a giornali e televisioni per portare il caso alla ribalta nazionale - e le recenti determinazioni dell’Ateneo lo confermano; il mio giornale (www.ateneopalermitano.it, ndr) è scomodo, so anche questo. Scomodo perché alla ricerca costante della verità, al di sopra di tutto, senza condizionamenti, veramente libero. Non una mina vagante, no, ma uno strumento di informazione reale, al servizio dei lettori, nel rispetto dei criteri di deontologia professionale e coerente con i principi cardine della mia coscienza”.
Scomoda, ma non sola. Perché se in questi lunghi anni ha combattuto in solitudine e con coraggio le tante battaglie di libertà e di giustizia, adesso è il momento che i giornalisti italiani, quelli veri, cioè quelli veramente “liberi”, si facciano carico della sua “guerra” che è anche la nostra e quella di tutte le persone libere e oneste. Con l’unico scopo di aiutarla a combattere e vincere. Altro che licenziamento, dovremmo tutti prendere esempio da lei, alziamoci dalle nostre poltrone. Insieme, nessuno di noi sarà mai solo contro l’arroganza del potere, nemmeno i tanti colleghi che si trovano in situazioni analoghe a quella di Francesca Patanè e che affrontano tutti i giorni le loro piccole, grandi battaglie contro l’arroganza e la prepotenza di chi si trova ai posti di comando.
Non permettiamo questa ingiustizia, per la quale Francesca ha minacciato anche uno sciopero della fame “contro i soprusi, le prepotenze, i tentativi di ricatto di certi poteri e lobby di partito e per la difesa della libertà di informazione”, non consentiamo che si offenda il giornalismo siciliano, combattiamo per il rispetto nella nostra categoria perché la battaglia della collega è una battaglia civile prima ancora che personale e la sconfitta non sarebbe solo individuale, ma collettiva: una sconfitta della libertà e delle prerogative più elementari di una società che si dice democratica.
Enza Garipoli
www.siciliamillennium.it
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