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30.06.2006 Cani sciolti e cani da guardia
di Rina Brundu
Sul giornalismo di questi tempi, sulle “brillanti promesse”, i “soliti stronzi” e i “venerati maestri, nonché sul Bestiario di Gianpaolo Pansa
Coltivo una visione ideale del giornalismo. Ritengo, per esempio, che giornalisti si nasca, non si diventi. L’essere, il sentirsi giornalisti è dunque, nella mia visione delle cose, una degenerazione, più o meno patologica, del DNA originario che non ha nulla a che spartire con le tessere ODG, o con gli inciuci di qualunque altra organizzazione correlata.
Ancora, nel mio immaginario privato, il giornalista è un cane sciolto che, quando richiesto, deve sapersi trasformare in cane da guardia. Questo è quanto mai vero quando un tale professionista si confronta con le cose della politica.
A dispetto delle legittime passioni dell’homo-homo, l’homo-giornalista dovrebbe, infatti, addestrare se stesso a coltivare il dubbio, la sfiducia per partito preso se necessario. E, nel dubbio, svoltare a sinistra quando il governo è di destra, svoltare a destra, quando il governo è di sinistra.
Questo per dire che è nella natura stessa di ogni vero cane da guardia, andare contro. Mi rendo naturalmente conto che, nel paese di Arlecchino, servitore di due (o più) padroni, sbeffeggiatore di ogni virtù, imbroglione per eccellenza, il discorso possa diventare più complesso. O, al contrario, la pregnanza dello stesso possa perdersi facilmente tra le mille altre proposizioni gridate, urlate per mascherare l’inevitabile allentarsi della presa.
Da quelle appena esposte, e da altre, simili considerazioni, nasce dunque la mia radicata convinzione che un ipotetico atlante (albo?) delle razze canine-giornalistiche italiane non potrebbe mai annoverare, tra i suoi gioielli, un ceppo indigeno di cani da guardia. Un raro esemplare diventerebbe, per forza del suo esistere, una sorta di ossimoro biologico, un trofeo da esporre con orgoglio, ma anche con ogni cautela, ad ogni raduno internazionale.
Fuor di metafora, resta la mia idea fissa che la “degenerazione patologica del DNA”, di cui sopra, non sia una malattia tipica italiana; sic! In altre parole, il Bel Paese, patria di santi, poeti, navigatori, di re nudi, infastiditi dal tanfo dei “sudditi puzzoni”, di magistrati contestati, di politici coerenti solamente con le ragioni del portafoglio, di arbitri comprati, di telespettatori turlupinati, di pseudo-artisti tesserati, luogo paradisiaco o infernale a seconda della poltrona che gira, non è mai stata, non è, e non sarà mai, casa natale di “grandi” giornalisti.
Naturalmente, il dubbio resta. E’ il dubbio è confortato soprattutto dalle drammatiche vicende di quei “piccoli” professionisti della carta stampata che hanno pagato con la vita la loro naturale curiosità, il desiderio innato di percorrere un cammino ideale, sotto una qualunque bandiera.
Su coloro che vengono additati come i “maestri italiani” mantengo invece le mie riserve. Per svariate ragioni. Primariamente, perché da noi, una “brillante promessa” può impantanarsi una vita nel frustrante ruolo di “solito stronzo”, mentre il salto di qualità verso l’agognato status di “venerabile maestro” è spesso conseguenza di cose minime. Per intenderci, c’è padrone e padrone!
Ma le mie riserve le mantengo anche perché un “maestro” che è considerato tale in vita, non fa testo. Molto spesso, infatti, la sua autorità non deriva alla pregnanza delle argomentazioni portate, quanto piuttosto dallo status di “eletto” e dalla cialtroneria della corte che si è creato intorno.
Per quanto mi riguarda sarà solo il tempo a snocciolare i nomi di chi, seguendo con pertinacia, e con onestà intellettuale, quell’input originario, ha saputo, o saprà toccare le vite dei suoi contemporanei e modellarle di conseguenza. Sarà solo il tempo a fare la differenza tra bassotti dimessi e cani da guardia, sarà solo e soltanto il tempo.
E, tuttavia, ci sono momenti della nostra storia che relativizzano le ragioni di ogni convinzione. Non importa quanto radicata. Sono momenti che scuotono lo status quo, momenti che in Italia si rincorrono più spesso del dovuto e che pericolosamente assomigliano al tempo che viviamo.
Soprattutto, sono momenti che a dispetto di tutto il chiacchiericcio che li circonda, vivono nel silenzio; nel silenzio assordante dei giornalisti (giusto, parlavamo di quelli!), o pseudo tali, che dovrebbero raccontarli e non lo fanno. Nel silenzio delle bocche cucite dei “venerati maestri” che nascondono l’incapacità di assumersi una qualsiasi responsabilità civile (storica?), dietro la retorica più becera e gli aforismi imparati a memoria, tanto tempo fa.
Forse è anche per questo che leggere dei pezzi come “Se non c'è Raiopoli niente più canone” di Gianpaolo Pansa (vedi la sua rubrica Bestiario ne L’Espresso di questa settimana), se da un lato fa bene all’anima, dall’altro, non può non sorprendere l’essere. Simili articoli ci ricordano, infatti, che la modalità apertis verbis non è un’opzione manieristica, ma che è anch’essa conseguenza delle cose. Di quelle brutte. Nella maggior parte dei casi, almeno.
Ancora, ci ricordano che fare giornalismo critico e di denuncia significa sì fare i nomi, ma, di tanto in tanto, anche i cognomi, fuori e, soprattutto, dentro “la parrocchietta”.
Confesso però che, fino a ieri, ho impunemente continuato a pensare che nel nostro Bel Paese, Patria di santi, ecc, un simile modo di fare giornalismo fosse, di questi tempi, una irraggiungibile chimera. Evidentemente mi sbagliavo, o forse, il mio errore è stato naturale conseguenza del rischio che corre chiunque si ostini a coltivare visioni ideali.
Rina Brundu Eustace
Dublin, June 2006
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Re: Cani sciolti e cani da guardia Rina Brundu - 30.06.2006Sedulo curavi humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere
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Sicuro Gerolamo, sicuro! Rina Brundu - 01.07.2006| Just another small step for a man....or is that the real problem? | |
Re: Cani sciolti e cani da guardia salvo zappulla - 03.07.2006Caro Girolamo,
io ritengo che l'articolo della signora Brundu meriterebbe un'analisi più approfondita o, se non lo si condivide, una contrapposizione più seria e non a monosillabi come fai tu. Tranne che non ci siano limiti strutturali. Ma io credo che con la forza di volontà e un costante esercizio il miracolo possa avverarsi. Prova a sforzare un po' il cervellino, chissà che non si riesca a tirarne fuori qualcosa di buono, magari un'intera frase di senso compiuto.Coraggio, siamo tutti qui a fare il tifo per te. | |
Re: Cani sciolti e cani da guardia Gerolamo Cardano - 04.07.2006Caro Zappulla
E perche' non la fai tu l'analisi di questo pezzo?
Io ammetto di brancolare nelle tenebre, alzo le mani e mi arrendo. Non riesco a capire cosa dice e a cosa stia alludendo.
Non ho la piu' pallida idea di dove voglia andare a parare, ma se tu l'hai capito per favore illuminami e dopo che l'avro' capito smettero' di esprimermi a grugniti e a monosillabi.
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Re: Cani sciolti e cani da guardia Pjotr - 04.07.2006Modestamente, alla Brundu, manca l'approccio labiale!
No, perchè il dentale mi pettina il wafer tipo caimano, ma è il labiale sulla crema che masterizza l'evento, altrimenti la nocciola spasima e la leggerezza deraglia.
E così si relativizzano le ragioni di ogni convinzione!
Chiaro no?
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Re: Cani sciolti e cani da guardia Gerolamo Cardano - 04.07.2006Chiarissimo. Infatti Scalfari non prende più il caffé la mattina con Pansa, ma Totti quando guardava la telecamera ieri ha strizzato l'occhio. Che cosa vorrà dire questo, io vi chiedo, possibile che nessuno, ma dico nessuno, lo ha notato? pura coincidenza o qualcosa al di là dell'accettazione di Napolitano da parte di Bossi?
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