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17.09.2006
La Telecom vista da lontano
di Dom Serafini

Capire i misteri della Telecom. Il bizantinismo moderno

Romano Prodi si é detto “sorpreso e sconcertato” dei nuovi piani di scorporo di Tim, la societá telefonica cellulare, da Telecom Italia. Naturalmente il Primo Ministro era a conoscenza di tutti i piani della Telecom.

Bisogna premettere che la societá telefonica, Telecom, é una fabbrica di soldi – nel 2005, i ricavi della Telecom sono stati 29,9 miliardi con un utile lordo di 12,5 miliardi – pertanto importante per giornali, partiti, banche ed industrie, specialmente oggi che la comunicazione passa attraverso i doppini telefonici.

A livello teorico, Telecom é stata privatizzata nel 1997, nel senso che é stata quotata in borsa. A livello pratico, peró, lo Stato, quindi il Governo di turno, ha mantenuto tre option di controllo:

*La “golden share”. Cioé specifici poteri speciali che permettono al Tesoro di opporsi a operazioni sul capitale di Telecom in caso di pregiudizio agli interessi vitali dello Stato.

*Il contratto di concessione, cioé il servizio pubblico che lo Stato affida in gestione.

*L’Authority che impone vincoli.

Telecom Italia é nata, sotto il primo governo di Silvio Berlusconi, nel 1994, dalla fusione di 5 societá del gruppo statale Iri operanti nel settore telefonico. Nel 1995, con il governo tecnico di Lamberto Dini, dalla Telecom si stacca la Tim. Il 48% della Tim viene quotata in borsa, mentre alla Telecom rimane la restante quota di controllo.

La Telecom viene poi privatizzata nell’ottobre del 1997, sotto il primo governo di Romano Prodi, fruttando 11,2 miliardi di euro allo Stato che si tenne la “golden share”. A privatizzarre la Telecom, Prodi chiamó Guido Rossi e a guidare gli azionisti (il “nocciolo duro”) c’erano gli Agnelli con meno dell’1%.

In effetti, dopo la “privatizzazione”, il Governo di turno é in grado di dare la Telecom in prestito ad un gruppo di investitori amici capeggiato da un intraprendente volontario.

Il primo a beneficiare della Telecom é stato il gruppo capeggiato da Roberto Colaninno sotto la sponsorizzazione del Governo di centro-sinistra, all’epoca definito da Massimo D’Alema “capitani coraggiosi”.

Prima ancora di Colaninno, nel 1993, a cercare di acquistare la societá telefonica ci provó Marco Tronchetti-Provera quando quest’ultimo presentó a Romano Prodi (allora presidente dell’Iri) un’offerta per acquistare la Stet (la Telecom pre-privatizzata posseduta dall’Iri). Probabilmente visto come vicino a Berlusconi, Prodi lo congedó in mal modo. Dopotutto anche l’Iri e le sue consociate sono state sempre soggette a lottizzazioni stile Rai.

Prodi e Berlusconi si scontrarono nel 1985 sulla Sme, societá Iri che Prodi voleva cedere a De Benedetti invece che a Berlusconi. Per Prodi, Tronchetti era anche troppo vicino ad un altro suo nemico, Enrico Cuccia di Mediobanca.

Colaninno, invece, proveniva dalla galassia dell’Ing. Carlo De Benedetti (ne ha diretto alcune societá). Nel 1999, sotto il governo di Massimo D’Alema, la Olivetti presieduta da Colaninno acquista il 52% di Telecom Italia per 31,5 miliardi di euro, prestati dalla maggior parte da banche. (Nel 1998 De Benedetti cedeva la Olivetti alla Bell).

Ecco com’era la struttura: Colaninno controllava la finanziaria Omniaholding ed il socio Emilio Gnutti la GP Finanziaria. Entrambe detenevano azioni di Fingruppo che, a sua volta, controllava la Hopa che possiedeva la Bell (finanziaria del Lussemburgo), la quale aveva il 19,6% di Olivetti che, a sua volta, deteneva il 52% di Telecom. In pratica, tramite la Bell, Colaninno riuscí ad avere la Olivetti con meno del 20% del suo capitale e tramite il meccanismo delle holding, riuscí a controllare la Telecom con meno dello 0,3% delle sue quote.

Con il ritorno del governo Berlusconi la Telecom doveva passare nelle mani del centro-destra e quindi nell’autunno del 2001 la Bell cede per 7,2 miliardi di euro il 26,99%, (cioé il controllo) della Olivetti alla Olimpia, una finanziaria di Tronchetti.

Ed ecco la nuova catena: la famiglia Tronchetti controlla il 50,1% della Camfin (una finanziaria), la quale possiede il 25% della Pirelli (con 2 miliardi di euro di debiti) che, a sua volta, controlla il 57% di Olimpia (con 3 miliardi di debiti). Olimpia ha il 18% di Telecom Italia.Tutte le societá, eccetto Olimpia, sono quotate in borsa. In effetti, con questo sistema, definito a scatole cinesi, Tronchetti controlla l’intera Telecom possedendo poco meno dell’1% del suo capitale.

Per “scalare” la Telecom, sia Colaninno che Tronchetti hanno utilizzato la tecnica del “leverage buyout”, cioé l’hanno acquistata con una spesa relativamente bassa accompagnata da prestiti bancari ottenuti dando come garanzia azioni della Telecom. A ripagare i prestiti ci pensa la stessa Telecom che, in questi casi, si trova indebitata di 41,3 miliardi di euro nel caso di Tronchetti e di 38,7 miliardi per Colaninno.

Ora che il centro-sinistra é al suo secondo Governo Prodi, Tronchetti doveva mettersi da parte, come spiegato nel documento di 28 pagine redato da Angelo Rovati, il consigliere politico ed economico di Prodi, il quale auspica la cessione della rete fissa alla Cassa Depositi e Prestiti, cioé allo Stato.

Invece Tronchetti non ci sta ed, appoggiato da tutto il centro-destra, si mostra pronto ad affrontare le corazzate che il centro-sinistra gli scaglia contro: la stampa (“la Repubblica” di De Benedetti), i sindacati, l’Authority, il Tesoro (per la “golden share”) e le banche amiche (come Banca Intesa e Unicredito).

Dentro questo quadro ci sono, naturalmente, dei “sub-plot” quali la fusione di Telecom Italia in Olivetti (agosto 2003); l’offerta pubblica di acquisto (Opa) da 14,5 miliardi per le rimanenti azioni della Tim non in suo possesso (gennaio 2005); lo scandalo della banca Antonveneta che coinvolge Gnutti, socio di Olimpia (gennaio 2006); i tentati accordi con Rupert Murdoch per la formazione di una media company (settembre 2006) e lo scorporo della Tim. Mentre l’Opa sulla Tim potrebbe essere vista come un modo per scoraggiare le banche a finanziare scalate ostili su una Telecom il cui debito é l’86,9% della capitalizzazione in borsa; la paventata vendita della stessa Tim, poteva servire come arma di scambio.

Ora che Tronchetti si é dimesso e a presiedere Telecom c’é il prodiano Guido Rossi (ha assistito De Benedetti contro Berlusconi per la Mondadori), la saga Telecom continua.

Dom Serafini

***********

Anche il Piano Rovati é valido

Romano Prodi conosce bene la telefonia da quando era presidente dell’Iri e quindi controllava le 5 societá del gruppo statale operanti nel settore telefonico. Oggi, in qualitá di Primo Ministro, Prodi ha come portavoce Silvio Sircana, l’ex direttore della comunicazione della Telecom ai tempi di Colannino. Il piano che il piú fidato consigliere politico ed economico di Prodi, Angelo Rovati, ha consegnato a Marco Tronchetti-Provera, riflette, a livello industriale, l’evoluzione di un sistema multimediale globalizzato e virtuale.

Il 18 giugno, 2006 “AmericaOggi” anticipó con un articolo di Dom Serafini (sul Barbiere della sera di giugno 2006), il “sistema multimediale italiano nell’era digitale e virtuale”.

La proposta di Serafini, che verrá presto pubblicata sotto forma di libro (“Oltre la Tv digitale: Lo scontro sulla convergenza in un mondo multimediale globalizzato e virtuale” per Lupetti Editore, Milano), propone di dividere il settore multimediale in quattro parti distinte e senza interessi incrociati: trasporto, contenuto, pubblicitá e servizi.

Questo per meglio affrontare le sfide future che non si possono piú chiamare “televisive” o audiovisive”, bensí “multimediali” e creare un sistema equo dove operatori virtuali (senza reti né contenuti) non possano andare a discapito degli investimenti strutturali quali le reti telefoniche ma, allo stesso tempo, non vengano frenati nello sviluppo.

Per Serafini e, apparentemente, anche per il consigliere di Prodi, Tonchetti e Berlusconi, il futuro della multimedialitá, fortemente modellata dalla convergenza, passerá attraverso la rete a banda larga della telefonia fissa. É possible, quindi, che l’interesse di Berlusconi verso la telefonia fissa sia visto come un pericolo da Prodi.

Secondo il piano di Rovati, la rete fissa (valutata a 9 miliardi di euro) verrebbe scorporata da Telecom e ceduta allo Stato, mentre la rete d’accesso locale (ultimo miglio) verrebbe ceduta ad una societá di gestione privata. L’idea di affidare allo Stato la rete fissa, entra nell’ordine di idee di fare della banda larga una risorsa vitale per lo Stato.

Questo argomento fu trattato nel febbraio 2002 da Serafini in un articolo per “Intermedia” la rivista dell’International Institute of Communications, proponendo il coinvolgimento dello Stato nello sviluppo della banda larga.




 
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Re: La Telecom vista da lontano
pinkerton - 17.09.2006
Finalmente qualcuno che affronta argomenti di natura esecutivo-corrrente. Meno male che alla telecom è tornato l'ex-presidente (ah l'italia! Paese di governanti dotati di polso e di capacità innovative!) adesso la salvano e, visto che nel governo nessuno sapeva niente, è la volta buona che, senza i consigli dei politicanti italiaci, qualcosa di buono ne esce.
Rossi sarà il nuovo tappabuchi: calcio, telecom e il prossimo passaggio? Alitalia? Manca solo che lo mettano al posto di qualche assessore di piccolo comune dimissionario...


Re: La Telecom vista da lontano
Gerolamo Cardano - 18.09.2006
Berlusconi lo ha proposto per prossimo Primo Ministro.


Re: La Telecom vista da lontano
pinkerton - 18.09.2006
non è da escludere che accetti, nel contempo diventerà allenatore/dirigente/preparatore del Borgorosso Footballa club





 

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