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18.12.2006
Saviano, questo ad Annalisa non lo dovevi fare
di Anonimo

Ho letto il libro di Roberto Saviano. E mi sono arrabbiata

A leggere il resoconto di “Gomorra”, un viaggio che l’autore compie tra i gangli del sistema camorristico, non si può non rimanerne affascinati e allo stesso tempo stupiti, choccati per la crudezza e la puntualità con cui viene descritta la realtà criminale.

E’ un libro coraggioso che riporta fatti e situazioni che spesso e volentieri sfuggono anche a chi vive a Napoli. Saviano è un cronista da reportage ma soprattutto un abile affabulatore.

Fin qui i complimenti.

Poi mi è piovuta addosso la doccia fredda. Ad un certo punto ho avuto l’impressione che l’occhio dell’autore fosse diventato miope.

Quelle pagine dedicate ad Annalisa Durante, la ragazzina ammazzata durante un conflitto a fuoco tra camorristi il 27 marzo 2004 sono un cumulo di falsità: menzogne che finiscono soltanto per infangarne la memoria.

La mia non vuol essere una critica asettica ma soltanto un grido di rabbia perché è ingiusto colpire qualcuno che non può difendersi. Ma ancor più grave se a distruggere l’onore di una vittima di camorra è un giornalista e scrittore.

Penso alla madre di Annalisa, mamma Carmela, che lette quelle righe infamanti sulla figlia ha rinnovato il dolore atroce per la seconda volta. Saviano dipinge Annalisa non con la penna attenta di chi si è documentato ma piuttosto con la presunzione di chi vuol ricavarne un ritratto quasi simbolico.

Così dal romanzo emerge Annalisa personaggio e non persona.

La storia di Annalisa diventa quindi la storia di qualunque altra ragazza che soltanto per il fatto di abitare a Forcella ha un destino già segnato dalla camorra o dal lavoro nero. Ma questa che descrive Saviano, peraltro immaginandola, non è la storia di Annalisa.

Saviano scrive: “Quattordici anni. Quattordici anni. Riperterselo è come passarsi una spugna d’acqua gelata lungo la schiena. Sono stato al funerale di Annalisa Durante. Sono arrivato presto nei pressi della chiesa di Forcella. I fiori non erano ancora giunti, manifesti affissi ovunque, messaggi di cordoglio, lacrime, strazianti ricordi delle compagne di classe. Annalisa è stata uccisa.

La serata calda, forse la prima serata veramente calda di questa stagione terribilmente piovosa, Annalisa aveva deciso di trascorrerla giù al palazzo di un’amica. Indossava un vestitino bello e suadente. Aderiva al suo corpo teso e tonico, già abbronzato. Queste serate sembrano nascere apposta per incontrare i ragazzi, e quattordici anni per una ragazza di Forcella è l’età propizia per iniziare a scegliersi un possibile fidanzato da traghettare sino al matrimonio.

Le ragazze dei quartieri popolari di Napoli a quattordici anni sembrano già donne vissute. I volti sono abbondantemente dipinti, i seni sono mutati in turgidissimi meloncini dai push-up, portano stivali appuntiti con tacchi che mettono a repentaglio l’incolumità delle caviglie. Devono essere equilibriste provette per reggere il vertiginoso camminare sul basalto, pietra lavica che riveste le strade di Napoli, da sempre nemico d’ogni scarpa femminile.

Annalisa era bella. Parecchio bella. Con l’amica e una cugina stava ascoltando musica, tutte e tre lanciavano sguardi ai ragazzetti che passavano a sui motorini, impennando, sgommando, impegnandosi in gincane rischiosissime tra auto e persone. È un gioco al corteggiamento. Atavico, sempre identico.

La musica preferita dalle ragazze di Forcella è quella dei neomelodici, cantanti popolari di un circuito che vende moltissimo nei quartieri popolari napoletani, ma anche palermitani e baresi. Gigi D’Alessio è il mito assoluto. Colui che ce l’ha fatta a uscire dal microcircuito imponendosi in tutta Italia, gli altri, centinaia di altri, sono rimasti invece piccoli idioti di quartiere, divisi per zona, per palazzo, per vicolo. Ognuno ha il suo cantante.

D’improvviso però, mentre lo stereo spedisce in aria un acuto gracchiante del neomelodico, due motorini, tirati al massimo, rincorrono qualcuno. Questo scappa, divora la strada con i piedi. Annalisa, sua cugina e l’amica non capiscono, pensano che stanno scherzando, forse si sfidano.

Poi gli spari. Le pallottole rimbalzano ovunque. Annalisa è a terra, due pallottole l’hanno raggiunta. Tutti fuggono, le prime teste iniziano ad affacciarsi ai balconi sempre aperti per auscultare i vicoli. Le urla, l’ambulanza, la corsa in ospedale, l’intero quartiere riempie le strade di curiosità e ansia. […]

A questo punto del libro la mamma di Annalisa ha cominciato a piangere. Di rabbia.

Aveva il respiro bloccato come se qualcuno le avesse dato un pugno nello stomaco.

Annalisa, la sera dell’omicidio, non indossava il vestitino attillato. In realtà aveva un paio di jeans con tasche gialle, una Tshirt nera e calzava un paio di Nike “silver” dorate. Quegli abiti sono ancora ammassati in un enorme sacco della spazzatura nascosto in casa della zia. Da allora nessuno ha mai avuto il coraggio di riaprirlo. Mamma Carmela ripete sempre che un giorno, se ne avrà la forza, farà lavare quei vestiti e li riporrà nel cassetto dei ricordi.

La verità è questa. Poco suggestiva forse, ma è la verità.

E allora mi chiedo perché Saviano ha voluto descrivere Annalisa in maniera poco obiettiva? Forse perché la verità mal si adattava al personaggio provocante presentato nel romanzo.

Certo soltanto un abitino suadente avrebbe potuto avvalorare la tesi di un’adolescente smaliziata e precoce. Non quei jeans sdruciti. D’altra parte in Gomorra vengono rievocati con disinvoltura i riti del corteggiamento, della disperazione: descritti al pari dell’iniziazione nel mondo degli adulti.

Nel romanzo sembrano affiorare gli elementi tipici dell’epos ma in maniera assolutamente illegittima. Nel descrivere fatti e persone reali non è infatti possibile fare riferimento al poema omerico in cui personaggi-eroi e storie appaiono simboli universali che tratteggiano l’età dell’umanità fanciulla. Nell’epos il mito è storia perché un tempo la tradizione orale rappresentava quel che oggi esplicano telegiornali, giornali, radio e libri di storiografia. Ecco perché la storia di Annalisa andava raccontata senza manipolazioni.

Spero comunque che in un autore così giovane non conviva la mala fede nonostante sia personalmente convinta che se avesse voluto essere leale gli sarebbe bastato entrare in casa Durante, vedere le tracce lasciate da Annalisa per capire la sua vera immagine.

Manipolare la verità è grave quanto la censura soprattutto quando un libro diventa strumento di conoscenza di una realtà sconosciuta ai più.

Annalisa non era una donna-bambina. A testimoniarlo sono le sue forme (come pretendere un concentrato di femminilità da una ragazzina che aveva avuto il menarca 8 mesi prima della sua morte?) ma soprattutto i suoi pensieri riversati in un diario che io ho avuto la fortuna di leggere per intero e che Saviano finge di riportare in maniera del tutto fantasiosa.

Annalisa era soltanto una bambina: cicciottella, con le carni tenere, delicate come le sue manine che spesso si perdevano nella manona del papà. E quel soprannome ‘a bellissima non nascondeva nulla di malizioso anche se Saviano ritiene che Annalisa sarebbe stata pronta a sposarsi con un camorrista o un morto di fame.

Ma ad indignarmi di più è stata la parte del funerale: un trionfo di perizomi e pantaloni a vita bassa indossate dalle amichette di Annalisa. Per fortuna nel romanzo Saviano ha tralasciato la parte che invece è riportata in un suo articolo apparso sulla rivista on line “Nazione Indiana”: l’incontro assolutamente inventato tra i boss della camorra e Giannino Durante ai funerali della figlia.

Ultima annotazione riguarda il cellulare che nel romanzo l’autore ha fatto macabramente trillare attraverso un’amica di Annalisa. In realtà quel telefonino non avrebbe potuto emettere alcun suono perché era spento. Ma ancora una volta la finzione letteraria giustifica la menzogna. Lo spunto della miseria umana di Forcella viene in aiuto all’autore per rappresentare Annalisa e il suo mondo come un unicum aberrante che non ha nulla di umano. E’ chiaro che Saviano ne rimane disgustato e, con distacco intellettuale, descrive Forcella come sublimazione dell’infimo.

Il dolore di quella povera madre che piange la sua creatura viene liquidato dall’autore di Gomorra ne “la solita scena tragica” che rappresenta “la condanna culturale in cui avviene”. Ma Lina Durante è pur sempre una madre a cui hanno ammazzato la figlia. Nessuno ha il diritto di giudicare la sua condotta in un momento di così grande disperazione.

Non dimentichiamo, infine, che Annalisa non c’entrava nulla con la camorra al pari delle tante altre vittime innocenti come Claudio Tagliatela che la ragazzina di Forcella ha ricordato in una pagina del suo diario quasi fosse un presagio.

In Gomorra di Saviano tutto appare inevitabile. Così anche la morte di una ragazzina di 14 anni sembra la cronaca di una tragedia annunciata. Forse è un modo per esorcizzare la paura che chiunque possa finire sotto i colpi di assassini. O piuttosto è il segno di un autentico pregiudizio nei confronti di chi nasce in realtà degradate.

Nel romanzo sembra quasi che Annalisa era destinata a finire ammazzata perché figlia di quell’ambiente. Saviano immagina per lei un futuro al fianco di un camorrista o di un fallito dedito al lavoro nero. Secondo questa logica, seppure fosse sopravvissuta, per la società e il mondo intero Annalisa sarebbe stata una donna invisibile.

E allora, maledizione, tanto vale che sia morta.

Matilde Andolfo
giornalista free lance
autrice di "Il diario di Annalisa"



 
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Re: Saviano, questo ad Annalisa non lo dovevi fare
calciatore - 12.01.2007
Carissima, Saviano ha ragione...e nell'espressione dell'analogia di pensiero con questo autore, c'è purtroppo, una sensazione stomachevole, che secondo me ha accompagnato anche lui...tipo la sensazione "striscio sì, ma serpente sono !"... nel voler dire, che in queste scelte di vita, che a volte non provengono nemmeno da noi, come nel caso di annalisa, scelte che mettono la facilità del vivere, dei soldi, e di vita disonesta...in confronto a questi spiacevolissimi episodi...ma come diceva Macchiavelli "tutto passa dei accadementi umani, e di lor più non si cagiona"...e cmq, ricorda che...i professori madrelingua, non sono al pari di quelli che l'apprendono in corso di laurea la lingua...e Saviano, come un po' tutti i napoletani, é madrelingua, nel campo in cui ha scritto....come tutti noi napoletani riconosce quel "sistema" dall'odore, e magari lo vive, l'ha vissuto, nella normalità della sua vita quotidiana....e poi come tutti gli italiani, xké no, non si accontenta magari,e vedendo la chiave più grossa del buco, cerca di allargare la serratura, forse esagerando di minuziosità e presunzione nell'esposizione della logistica camorristica...ma se lo fa, lo fa in poca misura...e cmq, nella nostra ignoranza, non si sa né se lo sa in difetto, né in eccedenza....A noi tutti dispiace per Annalisa, e in fondo il discorso va oltre il caso di Annalisa, la sua morte é un caso, un caso raro e inquietante e incoraggiante per gli indecisi.........e, se Annalisa, si estraniasse completamente, dallo stereotipo di ragazza "napoletana" di quei "nostri quartieri, descritti nel libro, credetemi, anche quello consiserebbe un vero caso un vero caso....magari Saviano ha sbagliato nel descrivere Annalisa, e se l'ha fatto, allora prendete quelle righe, come la descrizione di un'altra ragazza, che sarebbe potutta stare lì, e che altra non avrebbe potuta avere, se la descrizione avuta, se non peggio...parlando per esperienza personale....pakistan, iraq, non funzionano doiversamente da come può funzionare Forcella, e se pakistani, iraniani, ci possono sembrare ttti demoni, per colpa di 3-4 abituati a vedere alla TV...non spaventatevi se per Napoli non funzioni diversamente....e se magari un'innocente ragazzina di 14 anni, "é stata dovuta" dipingere, come una delle tante altre, che concorrono a formare l'idea delle ragazzine amatrici del sesso appena vergini, della dolce vita, complici e vittime....di un sistema, progressivo e autodistruttore....perciò, Saviano, ha ragione...e chi é come, la rispettatatissima da me, Matilde Andolfo...contraria a quesata idea, e contraria a quel concetto de Saviano...avendo magari letto, come la Andolfo...solo un diario di un'eccezione nell'omogeneità....vada magaria farsi un giro a Napoli, nella Napoli in quesione....poi, se avrà coraggio, torni, e compari il documento testmone dell'eccezione...con la viva esperienza vissuta sulla e sotto la pelle....e veda cosa vinca...poi mi direte





 

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