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16.06.2008 L'Irlanda e i suoi no. Ci vorrebbe un'inchiesta Zampe Pulite
di Rina Brundu
La storia d’Irlanda è storia di ribellione perenne, ma si ingannano coloro che vorrebbero vedere nel NO al Trattato di Lisbona, l’ultimo smacco dei figli di Erin ai tentativi di accentramento stranieri
 Autentiche pecore irlandesi
Forse tanto ha potuto la vecchia pratica celtica di scegliere i capi tra i membri più forti e coraggiosi del clan dominante, certo è che la storia d’Irlanda è storia di ribellione e storia di ribelli.
La lista in questo senso è infinita. Si potrebbero ricordare le vicende agitate dei FitzGerald d’Irlanda, discendenti di Maurice Fitz Gerald (Fitz significa “figlio di”) e dunque lo stesso Garrett FitzGerald (1477-1513, VIII Conte di Kildare) che, accusato di avere dato fuoco alla famosissima Cattedrale di Cashel (Contea di Tipperary), si difese: “Giuro su Dio che non l’avrei mai fatto, ma ho pensato che il Vescovo fosse lì”.
Ancora, tra i più noti, il prete ribelle Padre John Murphy (1753-1798), il patriota protestante Robert Emmett (1778-1803), Daniel O’Connell (1775-1847) il grande statista propugnatore di un nazionalismo non violento e il cui “cuore cattolico” è conservato a Roma, James Connolly (1868-1916) il ribelle proletario che mise in chiaro come “noi non serviamo né il re né il Kaiser”, e poi “Big Jim” James Larkin (1876-1947), passando per gli immortali Patrick Henry Pearse (1879-1916) e Michael Collins (1890-1922), fino agli attualissimi Bobby Sands (1954-1981) e Gerry Adams (1948).
Di donne votate alla causa della ribellione è pure piena la storia dell’Isola Smeralda. Dalla mitica Gormlaith moglie di Brian Boru supremo sovrano d’Irlanda tra il 1002 e il 1014, alla regina dei pirati Granuaile (1530 ca.-1603) degna avversaria dell’altra più famosa regina Elisabetta I d’Inghilterra, per arrivare quindi alla indimenticabile contessa ribelle Constance Markievicz (1868-1927).
E che dire del giornalista John Mitchell? Nato nel 1815 nella contea di Londonderry, fin da giovane fu fervente sostenitore della causa dell’indipendenza dell’isola di Erin. Diventato avvocato fu tra i primi finanziatori del settimanale patriottico The Nation, fondato dal poeta Thomas Davis e dal giornalista Charles Gavan Duffy. Più tardi, come collaboratore dello stesso giornale, si distinse per i suoi articoli che raccontavano, in maniera molto vivida, gli effetti sul territorio della disastrosa carestia che tra il 1845 e il 1849 cambiò il volto al Paese.
Fermamente convinto che attendere la costruzione di "un’Irlanda più forte" per liberarsi del dominio straniero non avrebbe portato a niente (la Gran Bretagna avrebbe fatto in modo che l’isola rimanesse “debole” per sempre!), nel 1848 Mitchell lasciò The Nation per fondare The United Irishman un giornale che, fin dal primo numero, sostenne l’idea della lotta armata. L’enorme successo di questa pubblicazione non tardò a porre il suo editore nell’occhio del ciclone. Accusato di tradimento fu giudicato da una giuria di Protestanti e condannato alla deportazione in Tasmania.
Fuggito in America nel 1853 fu in questo Paese che fondò il Jail Journal, un giornale destinato a diventare un classico della cosiddetta “prison literature”.
Moltissime furono le pubblicazioni, anche di scarso successo, che tenne a battesimo nella sua breve ma intensissima vita. Per inciso, si potrebbe dire che il sentimento della ribellione alla tirannia era tanto radicato in lui quanto era forte la coscienza di essere un giornalista. Soprattutto, egli riuscì nell’invidiabile impresa di mettere quella seconda significativa “caratteristica” del suo Spirito al servizio del primo e più importante tratto. John Mitchell è dunque un altro chiaro esempio di grande professionista che ci ricorda come giornalisti si nasca non si diventi!
Cacciati gli inglesi, per ironia della sorte, non furono pochi i “ribelli” che si ritrovarono senza una Giusta Causa: l'Irlanda Forte doveva ancora venire, mentre il duro, spesso doloroso processo di trasformazione da terra di emigrazione cronica nella cosiddetta Tigre Celtica avrebbe presto avuto la meglio sulla determinazione di molte tra le teste più calde.
Di sicuro, partita la matrigna, il destino di Cenerentola sarebbe rimasto comunque segnato se, una volta di più, non fosse stata la Fatina Buona a pararsi sulla sua strada e a decidere di riprenderla sotto la benevola ala protettrice a tempo indeterminato.
Nello specifico la Fatina Buona, si chiamava CEE, Comunità Economica Europea, a cui l’Isola Smeralda ha entusiasticamente aderito nel 1973. Inutile dire che “l’entusiasmo” europeista degli irlandesi è cresciuto di pari passo all’allargarsi dei cordoni della borsa di Bruxelles! Sin da subito, infatti, l’Isola Smeralda si è trasformata in una sorta di spugna assorbente dei generosi finanziamenti comunitari.
E, se è vero che in diverse circostanze quei fondi sono stati usati in maniera molto più assennata di quanto non si sia fatto, per esempio, nel nostro Meridione, vero è anche che una eventuale inchiesta Zampe Pulite made in Ireland difficilmente ci avrebbe privato di interessanti sorprese.
A caval donato non si guarda in bocca, naturalmente e, complici le particolari congiunture economiche passate, lo status quo politico e sociale, l’Irlanda ha continuato a mungere indisturbata la vacca grassa.
E ad arricchirsi. Salvo risvegliarsi all’improvviso un paio d’anni fa e scoprire che i privilegi è più facile acquisirli che mantenerli, che il mondo, l’Europa era cambiata e gli europei (sempre europei erano seppur diversi da quelli che li avevano finanziati in precedenza!) bussavano alla porta, chiedevano qualcosa indietro.
Per quanto flebile, basta anche un piccolo rumore per svegliare i vecchi fantasmi. Le vecchie paure. E con quelle il mai sopito sentimento di avversione nei confronti degli stranieri che alberga nel cuore di ogni europeo caucasico “che si rispetti”. Non si spiega altrimenti il clima di serpeggiante razzismo che si può cogliere oggigiorno nei confronti, per esempio, della numerosa manovalanza polacca impiegata nel settore edile o nei confronti delle prospere comunità asiatiche. Ma non solo.
“Céad mile fáilte”, centomila benvenuti, ha recitato per millenni un vecchio saluto gaelico prima che gli ultimi quaranta anni rivelassero che il soggetto sottinteso della frase era “l’argent”, il vile denaro.
Non mi si fraintenda, io amo questo Paese che è ormai diventato la mia seconda Patria. Ma proprio per questo non posso approvare a cuor leggero il Giano bifronte che è diventata l’Irlanda di oggi, lo specchietto per le allodole creato ad uso e consumo dei gullible europeans (italiani soprattutto, ma non solo; semplici turisti, studenti da “gran tour”, ma non solo!), la sua incapacità di rinnovarsi e di guardarsi dentro escludendo dall’equazione, anche solo per un brevissimo epifanico istante di joyciana memoria, la componente materiale.
Soprattutto, non posso approvare in toto le cose di una Tigre Celtica senza memoria delle drammatiche vicende del suo doloroso passato ed incapace di aprire il cuore, in maniera più decisa, ai figli delle Nazioni che vivono le catastrofi presenti.
S’ingannano perciò coloro che si ostinano a vedere nel recente NO gridato dai figli di Erin al trattato di Lisbona, un gesto cosciente di una comunità perennemente in rivolta contro le ingerenze politiche forestiere negli affari interni della nazione!
E non si tratta neppure di un moto di insofferenza contro il pur deprecabile modus operandi della “casta politica Europea” tirato in causa dalle anime più semplici (e.g. la vecchia storiella de l’Europa dei popoli vs l’Europa dei governi!). Qui la questione, lungi dall’avere a che fare con i nobili ideali che animavano le pericolose battaglie dei grandi “ribelli” citati all’inizio di questo pezzo, riguarda più semplicemente quel genere di Politica Bigotta che per quanto lo si voglia non potrà morire mai. Ovvero, riguarda quel “dark side” nell’amministrazione di una Nazione che, benché immensamente vile, esisterà sempre in quanto immagine riflessa del “dark side” nei cuori degli amministrati.
Senza scomodare le dietrologie di chi ha visto pseudo patti Fronte del no- Stati Uniti per destabilizzare un “temuto” processo di centralizzazione Europea, senza soffermarci più del necessario sulle ragioni dei cittadini di Sligo che hanno trasformato il voto al Referendum in un voto di protesta nei confronti dei governatori locali e delle loro politiche in materia di Sanità, senza sorridere troppo della vecchierella che ha votato no nel timore che il figlio venisse richiamato al dovere dentro un possibile, futuro Esercito Europeo (la facezia è però vera!), la ragione di questo fallimento è, a mio modo di vedere, solamente da ascriversi al totale disinteresse per la questione "accortamente" messo in pratica dal governo in carica. Del resto, non sarebbe neppure la prima volta dato che la stessa sceneggiata venne recitata in occasione del Referendum per l’approvazione del Trattato di Nizza.
Su cosa baso questa mia “sottile” teoria? Per esempio, sul fatto che a fronte di una ben organizzata, agguerrita, visibilissima campagna stampa pro-NO, il fronte del SI (governativo?), si è limitato a “rispondere” con una serie di cartelli stile vecchio PCUS sul quale giganteggiava l’immagine sorridente del “candidato” di turno con tanto di didascalia ad immortalarne il nome e cognome.
Candidato? Si alle elezioni del prossimo anno, naturalmente! Non nego che, a cercarlo bene, su quelli stessi cartelli si riusciva ad intravedere anche un minimalistico YES TO EUROPE ma, passata la gioia per averne scoperto l’esistenza, l’unica domanda che riusciva a generare nella mente del possibile lettore-elettore era un laconico, dialettico PECCHE’?
Nonostante l’avvicendarsi dei tempi, niente di nuove sotto il sole in verità: se per Enrico IV Parigi valeva bene una messa, non vi sono dubbi infatti che i conti floridi della Tigre Celtica valgano, per i governi irlandesi presenti e futuri, infiniti referendum europei trombati.
“Céad mile fáilte”, dunque! Centomila benvenuti nell’Irlanda del XXI secolo, terra ricca di opportunità, di pittoreschi pot-holes sulle strade malamente asfaltate e di moderni figli ribelli senza causa e senza memoria.
Rina Brundu
Dublin, 15/06/2008
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