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20.03.2002
Minà mina la Rai
di Daniela

Splendido pezzo di Gianni Minà su Il manifesto del 20 marzo

L'invasione dei Mediacorpi

Non è (più) la Rai. Cacciata la vecchia guardia della rete pubblica, oggi ex manager Fininvest dirigono Rai1 e Rai2 ed ex personaggi Fininvest riempiono il video GIANNI MINA'

Ho letto che il nuovo presidente della Rai Antonio Baldassarre ha annunciato nobilmente la settimana scorsa di "voler dar voce a tutte le culture del paese". Non so come farà essendo l'attuale consiglio di amministrazione della Rai l'espressione del governo Berlusconi, che, grottescamente, e ultimo in Europa, chiama ancora i suoi avversari "comunisti".

Ed oltretutto, caso unico nel mondo, ha la possibilità di fare politica pur essendo padrone delle tre reti televisive commerciali più poderose nel paese tanto da monopolizzare il mercato pubblicitario.

Mi auguro tuttavia che l'ex presidente della Corte Costituzionale che frequentò le idee socialiste in gioventù, riesca nella sua impresa. Me lo auguro per il paese, ma, lo ammetto, anche per fatto personale.

E chiedo subito scusa ai lettori se, per questo motivo, nell'articolo che sto scrivendo parlerò anche di me. Normalmente per eleganza non si dovrebbe fare. Ma volendo discutere della Rai, del suo recente passato e dei suoi destini sarà inevitabile, per riuscire a spiegarmi, riandare a quarant'anni di vita vissuta dentro l'azienda.

Io sono infatti uno di quegli operatori della comunicazione e dell'intrattenimento che a partire dal 1994 durante la presidenza alla Rai della signora Moratti, attuale ministro della Pubblica istruzione, sono stati espulsi senza motivo dall'azienda dove avevano lavorato per tanti anni e forse, proprio per una disdicevole abitudine all'indipendenza, non sono stati, in molti casi, reintegrati neppure dai due consigli d'amministrazione succedutisi durante il governo di centrosinistra.

E questo pur avendo magari lasciato, come nel mio caso, in cineteca più di mille ore di trasmissioni. Dai reportages nel continente americano, alle storie del jazz e del pugilato, dai varietà musicali ai talk-show, agli incontri con i protagonisti e testimoni del nostro tempo.

Insomma dagli scoop giornalistici ai programmi culturali, di intrattenimento o sportivi ancora adesso utilizzati come memoria nella rubrica "Sfide" di Rai 3 o da Pippo Baudo in "Novecento".

Un percorso che è finito, da un giorno all'altro, con una semplice segnalazione di non gradimento da parte della dottoressa Giuliana Del Bufalo, (giornalista che era stata rappresentante sindacale ed era all'epoca assistente della Moratti) a Gabriele La Porta, direttore nel `95 di Rai 2 e ai responsabili di "Videosapere" e del pool sportivo dell'azienda con i quali avevo progetti di lavoro che furono disdetti tutti in meno di due settimane.

La stessa sorte è toccata, anche se in modi diversi in questi ultimi sette anni e indifferentemente dai governi in carica, a molti altri colleghi, fra cui Tito Cortese, Enrico Deaglio, (poi ritornato con una bella trasmissione ma all'ora di andare a dormire come succede a chi tenta di fare una televisione "alta").

Ed ancora Italo Moretti, (che ha appreso di esser stato deposto da direttore del Tg3, per far posto a Lucia Annunziata, leggendo le agenzie di stampa) e perfino ad un comico, Beppe Grillo, messo in quarantena non tanto perché nell'ultima apparizione in Rai aveva rimediato una querela dell'ex direttore generale Biagio Agnes (che rimane comunque l'ultimo manager della Rai che abbia realmente contrastato le tv di Berlusconi), ma perché la sua comicità è stata giudicata "sovversiva" politicamente, ma ancor più dal punto di vista commerciale.

Grillo infatti smaschera molte delle bugie e dei messaggi fasulli del mercato, facendo quindi fuggire gli investitori pubblicitari. Da un punto di vista economico forse sarebbe perfino comprensibile la sua esclusione se la Rai non fosse però un servizio pubblico e quindi la difesa dei diritti dei consumatori, cioè dei cittadini, non fosse preminente rispetto alle esigenze dello stesso bilancio.

A questo proposito mi raccontava Roberto Costa, uno dei giornalisti che hanno fatto sui banchi di regia la storia dei telegiornali (e anche lui costretto ad andarsene nel periodo in cui Celli faceva il bello e il cattivo tempo), come proprio Biagio Agnes un giorno gli avesse ricordato cosa significasse lavorare per un servizio pubblico:

"Ero andato in direzione generale - ha ricordato Costa - a protestare per la povertà di mezzi con la quale insieme a Tito Cortese realizzavamo "Di tasca vostra", la rubrica al servizio del consumatore, che aveva un enorme successo. In quell'occasione chiedendo l'assunzione almeno di un altro collaboratore mi ero azzardato a dire che in fondo il programma non costava nulla.

A quel punto Biagio mi fulminò con gli occhi, poi prese una serie di documenti che aveva sul tavolo e me li tirò letteralmente addosso. Erano tutti contratti di disdetta di sponsor scocciati per come "Di tasca vostra" aveva denudato le contraddizioni di certe campagne e l'ambiguità di certi prodotti.

La vostra rubrica - mi urlò Agnes - costa alcuni miliardi, non niente come sostieni tu. Se noi non fossimo un servizio pubblico sarebbe diverso, ma noi non possiamo essere solo la cassa di risonanza degli interessi di pochi, anche se ci forniscono una parte delle nostre risorse".

Non so se il presidente Baldassarre conosce questa storia e non so se lo hanno dimenticato quelli come l'ex direttore generale Celli che, sotto uno dei governi di centro sinistra, hanno gestito la Rai che si andava sempre più "mediasettizzando", cioè si appiattiva, con la scusa di non poter perdere audience, alle esigenze non solo politiche ma anche produttive, economiche, gestionali e quindi estetiche e di contenuto della televisione commerciale.

Si è arrivati al punto, ad un certo momento, durante il consiglio d'amministrazione presieduto da Zaccaria, di assumere un manager della Fininvest (il dottor Brugola) alla direzione della divisione che amministra Rai 1 e Rai 2 e di mettere in mano della sua assistente, dottoressa Maria Teresa Corvini, tutto l'ufficio casting dell'azienda.

Qualunque autore o conduttore di trasmissione doveva passare da lei per avere gli ospiti. La Rai, che aveva proposto fino a qualche tempo prima un modello di funzionario (magari grigio, ma spesso competente), e un modello di artisti o di comunicatori di sicura capacità, ha visto mettere a quel punto da parte i suoi uomini a vantaggio di producer e animatori da villaggio turistico provenienti nella migliore delle ipotesi dalle agenzie di pubblicità.

E non solo: ha visto arrivare come protagonisti o ospiti in tutti i programmi gli autori, i presentatori, i comici, i figuranti e le starlet di Mediaset, insomma il personale "in soprannumero" alla televisione commerciale.

Per fare un esempio nazional-popolare: da Iva Zanicchi (consumata da dieci anni di "Ok il prezzo è giusto", ma scelta come icona di "Domenica in") a Daniela Rosati, ex compagna di Adriano Galliani, ingaggiata per un programma sulla salute che ricalcava quello di Luciano Onder su Rai 2 e lo storico "Check up" ideato nel `77 proprio da Biagio Agnes e Luciano Lombardi. Senza contare "Più sani più belli" della Lambertucci interrotto per le vicende giudiziarie legate alle sponsorizzazioni e chiuse dalla conduttrice con un patteggiamento.

Il risultato di questi innesti, insieme alla rinuncia ai reportages dal mondo o ai programmi di approfondimento vero e non sulle vicende legate alla morte della contessa Vacca Augusta o alle rivelazioni pagate profumatamente al nuovo fidanzatino di Erika (la ragazza di Novi Ligure assassina della madre e del fratello), hanno fatto perdere la propria identità, il proprio stile all'azienda di stato.

Con il risultato non solo di abbassare oltremisura la qualità dei programmi, ma di pagare ingaggi esagerati alle presunte star della concorrenza, sgravando i conti economici di Mediaset e aggravando quelli della Rai. Un vero cavallo di Troia che si è insinuato nel ventre di Viale Mazzini.

Perché tutto questo è avvenuto? Perché Celli lo ha voluto? E' stata forse un'idea del mitico Velardi, l'uomo di D'Alema nella cucina delle cose Rai? E perché il consiglio di amministrazione presieduto da Zaccaria lo ha accettato?

Molti sanno, non solo perché lo ha spiegato anni fa Mc Luhan, che la politica in televisione non si fa, come molti credono ancora, nei programmi frequentati da ministri, onorevoli, senatori e politologi più o meno competenti che "cazzeggiano" ripetendo tutte le sere le stesse litanie con un conduttore che spesso li avviluppa come un vecchio parroco.

La politica si fa nei varietà apparentemente innocui, nei quiz, nei riti dei concorsi di bellezza, nei reality show fasulli, in certe fiction, in programmi apparentemente tesi soltanto a rispettare il "trend", cioè i consumi di moda.

E' lì che si trasmette un modello di società che deve apparire unico, l'unico modo di vivere e di pensare, l'unico obiettivo al quale aspirare, anche se poi alla maggior parte della gente non toccherà mai quella vita privilegiata. L'importante è però che la gente aspiri a quel modello fino al punto di votare poi il partito, la coalizione che più gli promette quella vita da spot.

Chi, nel `94 in prima persona e poi, con la connivenza di parte del centro sinistra, ha pianificato la conquista della Rai da parte della tv commerciale e l'imposizione di quel modello, con la scusa ridicola di non perdere ascolti, è stato uno stratega abilissimo per gli interessi di Berlusconi, ma non ha certo lavorato per la democrazia e per le aspirazioni di tutti i cittadini italiani.

Perché questo progetto, che ha comportato anche il pre-pensionamento di tutte quelle risorse umane legate al know-how della Rai, l'esperienza che l'aveva fatta diventare una delle più prestigiose tv del mondo, ha chiaramente scelto di mortificare la storia.

Sembra addirittura che l'agenzia di consulenza per l'immagine e le strategie alla quale era stato affidato lo studio sui nuovi assetti dell'azienda e sulle sue nuove produzioni, abbia decretato che la Rai doveva dimenticare il proprio passato.

Pensate un po' un'azienda culturale di servizio pubblico, che vive di storia, di suggestioni, di confronti, del recupero dell'identità di un popolo e del suo modo di essere, doveva cancellare le sue origini, il suo percorso e la sua memoria. Magari bruciare anche gli archivi e la cineteca.

Forse perché chi ha memoria ha capacità di giudizio e chi ha capacità di giudizio, non è un ubbidiente consumatore di merci o di idee imposte come unico modello di società.

Per questo le dichiarazioni di Baldassarre mi sono sembrate confortanti. Per questo ho dato la mia adesione ai girotondi intorno alle sedi Rai, ma non ho voluto partecipare.

Non volevo dar la mano, per errore, a qualcuno che, frammisto a tante migliaia di persone in buona fede, è stato complice di questo smembramento dell'identità della maggiore azienda culturale italiana, forse in nome della sciagurata bicamerale sulla quale la sinistra ha immolato anche la legge per il conflitto di interessi, una legge onesta sulla televisione, le battaglie per la giustizia e l'antimafia.

Così mi vien da ridere quando sento il deputato Vito e il senatore Schifani, portavoce del Polo alla Camera e al Senato, ripetere come Bibì e Bibò che il nuovo consiglio di amministrazione deve ristabilire gli equilibri in una Rai da anni feudo della sinistra.

Perché "mamma Rai" è stata prima e per decenni indiscutibilmente democristiana, anzi "fanfaniana", poi negli anni `80 anche un po' socialista e infine del Polo, anche se la sinistra si illudeva di averne conquistato un pezzo.

Da vecchio cronista che ha girato il mondo sono abituato a motivare le mie affermazioni con i fatti e non con i luoghi comuni.

Ed allora i fatti mi dicono che, per esempio, durante gli ultimi governi di centro sinistra il direttore di Rai 1, la rete ammiraglia del servizio pubblico radio televisivo era Agostino Saccà, eletto pochi giorni fa direttore generale della nuova Rai del Polo.

E poi uno degli assistenti più importanti del direttore generale Celli era l'avvocato Comanducci (attuale direttore amministrativo della divisione che sovrintende a Rai 1 e Rai 2), che durante la presidenza di Letizia Moratti divideva proprio con Saccà l'incarico di curare la segreteria dell'attuale ministro della pubblica istruzione che io, pateticamente, cercavo di incontrare per chiedere ragione della mia esclusione.

Ed ancora Clemente Mimun è stato ed è il direttore del Tg2. Per meriti indiscutibili, certo, ma così come le mie, anche le sue idee sono note a tutti. Così come quelle di Vespa, al quale il centro sinistra ha assicurato, fino all'apparizione di "Chiambretti c'è", un programma "protetto", cioè che non doveva avere concorrenza nelle altre reti Rai.

Vorrei inoltre ricordare che, sia durante la stagione del consiglio di amministrazione presieduto da Siciliano che in quella di Zaccaria, la direzione che gestisce il budget di seicento miliardi l'anno per l'acquisto dei diritti degli spettacoli sportivi è stata sempre in mano a giornalisti provenienti dall'area di An, così come più recentemente Rai International.

Niente da dire sulla professionalità di Paolo Francia o di Alfano o di Garaguso, ma mi pare grottesco continuare a sostenere, confondendo gli italiani, che "la Rai è stata negli ultimi dieci anni in mano ai comunisti".

E' palese invece che la conquista della Rai, prima ancora di essere compiuta con l'accaparramento delle cariche, è stata fatta trapiantando il personale e il modello politico ed estetico della tv commerciale, insomma di Mediaset.

Per questo non sarà facile il lavoro che si propone il presidente Baldassarre perché, "per dar voce a tutte le culture del paese" bisogna smontare un'idea di televisione che è più vicina allo spot, al trionfo del sensazionalismo piuttosto che al racconto, alla divulgazione, al divertimento proposto da artisti capaci.

E smantellare un modo di far televisione che, al contrario di quello che succede nelle tv pubbliche di successo in tutta Europa, tende a favorire un pensiero, un gusto, un' estetica unica, quella dei format banali e spesso rozzi, con la scusa che "questo vuole il pubblico".

Purtroppo il pubblico consuma solo quello che gli dai. Se gli fai un'offerta "alta", la accetta allo stesso modo di una mediocre.

L'ho sperimentato venti anni fa con il programma "Blitz" che divenne il rivale della "Domenica in" di Pippo Baudo pur proponendo temi, artisti e personaggi (come la storia della danza e la nuova comicità dei giovani Troisi e Benigni, come lo scrittore Garcia Marquez, e Fellini o De Niro, i cantautori del samba o Muhammad Alì) che normalmente si pensava non avrebbero funzionato con il pubblico popolare della domenica pomeriggio.

E ho avuto ancora la conferma di questa verità con "Storie", incontri notturni con protagonisti del nostro tempo come il Dalai Lama e John J. Kennedy, Naomi Campbell e Pino Daniele, sospeso dopo tre serie malgrado il programma avesse triplicato l'ascolto normale nell'ora in cui veniva trasmesso, perché il cda della Rai in carica aveva stabilito che la rete diretta da Carlo Freccero (l'unico che in questi ultimi anni si è interessato ai reportages che producevo per l'estero) dovesse essere "una rete giovanile".

Come se il giovane, oggi, dovesse essere per forza un cretino.

Quando una televisione, servizio pubblico, sceglie una programmazione in basso non lo fa solo per inseguire l'ascolto, ma perché chi veramente la controlla nei sui settori operativi spinge per farne un uso politico, sottile e capzioso. E quello che è successo alla Rai "mediasettizzata".

Gianni Minà



 
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