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26.10.2001 Il Barbiere della Sera dichiarato ''Diaco free Zone''
di Ivan Denisovic
Accogliamo di buon grado la proposta del nostro inestimabile Ivan Denisovic
Caro Barbiere, ti mando un pezzo tratto dal “Foglio”di qualche tempo fa. E’ una recensione di Filippo Facci sull’ultima “fatica”di Pierluigi Diaco.
Lo so, è un po’ lunghetto. Ma ti prego di non tagliarlo. E’ un vero capolavoro.
Altra preghiera: perché non trasformare il Barbiere nella prima “Diaco-Free Zone”? Abbiamo sacrosanto diritto a una riserva indiana: ormai il “supergiovane”imperversa dappertutto (radio, tv, quotidiani, settimanali).
Grazie
Ivan Denisovic
"Diaco è un paraculo e un ruffiano, e Facci vuole ucciderlo"
Ma allora anch’io. Anch’io supergiovane. Anch’io cazzo e fanculo ogni tre righe.
Anch’io voglio sferragliare con un trabiccolo idiota e strattonarvi e dirvi “cucù, ho solo 23 anni, e tu?”e tampinarvi tipo bambino col palloncino e poi ammorbarvi con una spaventosa accozzaglia di puttanate da mischiare per assonanza e suggestione, e insomma, anch’io voglio diventare il Verdiglione dei mentecatti, parlarvi delle mie masturbazioni e dei miei traffici con Pamela e Natasha e Alessia dopo essermi sfondato di canne, e se c’è tempo di relax, prima vi faccio ascoltare l’ultimo dei St Germain, great! per stordirvi infine con un cumulo di vaccate raccogliticce sul partito con cui nel 2006 vincerò io anzi no, vinco io.
E non vi darò tregua. Vi telefonerò.
E’ il mio segreto: io telefono a tutti. Presto chiamerò anche Ciampi (“ciao amico”) e discuteremo dei rapporti con l’Oriente (“Carlo, lo dico a te, dovresti comprarti un futon”) e pazienza se lui chiamerà le guardie, io gli dirò “sei proprio un cazzone” e lo inviterò a ballare al Goa con Enzo Bianco e Pamela e Francesco Merlo e Topo Gigio: e poi via, verso nuove avventure.
Sarò ovunque, mi inviterete ovunque: da una parte perché vi tempesterò di telefonate, dall’altra perché siete scemi. E così ospite della serata sarà nuovamente Pierluigi Diaco, professione giovane e dj, creativo, nientologo del tutto, tuttologo del niente, e mi intrufolerò in qualsiasi discussione col mio fare mellifluo da ruffiancello e spacconcello romano, dovrete fare i conti con me, io vi punterò, perché io divido, vi farò credere di essere un furbo che gioca a fare lo stordito (coi furbi) oppure uno stordito che gioca fare il furbo (con gli storditi) col risultato spettacolare di sembrare stordito a tutti.
Che birba. Che genio. Fine della prima parte della recensione.
Seconda parte. Sarà presto in libreria l’ultima fatica di Pierluigi Diaco (“Nel 2006 vinco io”, editore Mondadori) che poi è una fatica soprattutto nostra, perché ora dovremmo parlarne.
Il problema, posto che il libro l’abbiamo letto, e tutto, è che non c’è da arrampicarsi in discorsi pseudo intelligenti e parasociologici, non c’è neppure da isolare e impiccare qualche frase di Diaco: c’è solo da impiccare Diaco.
Davvero. C’è da tendere una corda metallica mentre plana col monopattino. Ed è questo il punto, è questa la sua forza. Non si tratta di fare gli spiritosoni cattivisti, anzi. In teoria ci sarebbe solo da ringraziarlo, per questo improvviso e veemente e sincero desiderio, nostro, di fargli del male: perché dopo anni di torpore e insopportabile pax civile ( roba da rimpiangere Mani pulite) ecco finalmente il punto di non ritorno che torna a farci sobbalzare dalla
sedia: ciao, sono Pierluigi Diaco, sono il futuro.
E sta bene, ha ragione lui, è il futuro. Dopo tante parole ecco la personificazione, il modello, il frankenstein, l’archetipo di colui che nell’ultimo istante della nostra vita ( lo disse Umberto Eco) ci farà morire nella sazia convinzione che tutti gli altri sono dei coglioni, sicché potremo accomiatarci.
Voi non l’avete letto. Voi non potete capire quanto è paraculo. Questo scopiazzatore di testi di Battiato dedica il libro a tre persone (tra queste una generica “lei”in cui tutte le Pamele possano riconoscersi) e passa poi a ringraziarne altre trentaquattro (ben studiato: c’è anche la persona a cui consegnerò questa recensione) e per finire c’è un indice dei nomi al tempo spassoso e rivelatore del diacomondo: Maurizio Belpietro (per ordine alfabetico) è accanto a Ben Laden, Celentano a Céline, Deaglio a De Gaulle, Engels a Eminem, Curzio Maltese a Thomas Mann, Mussi a Mussolini e Max Pezzali a Ennio Pintacuda.
Poi Forrest Diaco passa ai contenuti. Diciamo così. Una premessa ci ammonisce: “Nel mio libro ci sono dei pensieri. Quanti cecchini e recensori da avanspettacolo saranno pronti a ignorarli per farmi secco?”.
Il paraculo. Ma noi lo faremo contento. Salteremo a piè pari i capitoli “La mia ricerca della verità”e “ Io!” e “Quando il cazzo pende a sinistra”, e punteremo direttamente ai pensieri.
Li scinderemo in due parti: 1) rivoluzione culturale; 2) programma politico. E vai con la prima. Intro: “A voi il mio individualismo sovversivo. Ridetene pure, sino a quando il mio morso non sarà giunto a fondo nelle vostre carni. Allora dovrete invitarmi a cena, e parlarne con me. Ti aspettiamo. E rispetteremo le tue “posizioni sempre minoritarie, sempre dolcemente dissociate dal pensiero comune” (bastava dissociate).
Ascolte-remo tramortiti la prima rivelazione: “La maggior parte dei ragazzi della mia età si fa le canne. Anche io me le faccio”. E questo spiega il libro, oltre alla recente sortita del ministro Veronesi sugli spinelli: una soffiata di Diaco. Gli avrà telefonato. Ma la rivoluzione culturale passa dalle stagioni che non ci sono più: “D’inverno servono maglioni buoni e caldi, mai sentire freddo”. D’estate indosso camicie leggere”. Ingegnoso.
Altro argomento: la fede. “Sono tra il religioso e il cattolico, come scrive Fossati in una canzone cantata da Cementano”. Una posizione minoritaria che certi giovani e antimoderni papalini ancora non condividono: “Perché - s’interroga - nei numerosi incontri col santo padre non gli hanno chiesto se lui ha il telefonino?”.
Altro argomento: il cinema. “Ieri il mio amico Andrea ha comprato una telecamera digitale; in crisi Tornatore e Moretti. Noi siamo la generazione del low budget. Great!”.
Urrà! Altro argomento: giovani e vecchi. Dopo aver auspicato ovviamente una reciproca collaborazione e dopo aver insalivato mezza Italia politico-giornalistico-televisiva (tutti cazzoni, con Giuliano Ferrara nelle vesti di “uomo di straordinaria Intuizione”, chissà perché) c’è spazio per un disprezzo sottile riservato allo scrittore Enrico Brizzi (concorrente supergiovane) e poi Dario Fo e Carmelo Bene e Roberto D’Agostino: gli unici che pprobabilmente gli hanno scaraventato giù la cornetta.
E Montanelli?
“Montanelli. Ma cosa cazzo fa ancora lì con quella Lettera 32 della malora?”. Te la fracassa sul cranio, direbbero gli antimoderni.
Ma tu tiri dritto, forza, si passa al programma politico. Del resto Diaco “è diventato famoso - si legge - da quando ha lanciato il partito di Internet”.
Il primo a raccontare i nuovi valori di una generazione. E vediamoli. “La politica non si diverte? Adesso basta!… Che palle le vecchie idee e la storia maestra di vita!!!… Ascoltatevi gli Oliver Onions, gruppo ottimo per introdurvi al concetto chiave di cui tra poco vi parlerò. No, parlacene subito.
“L’individualista, la politica, la fa. La fa con gli amici e con l’arte, la fa passeggiando in una mattina d’inverno con il proprio cane”. E dopo un po’, forse, con un po’ di pazienza, la farà an-che il cane. “Il governo del partito di Internet
sradicherebbe l’inutilità del contingente regalando solo l’essenziale. Ucciderebbe la durata, esalterebbe l’opportunità.
Vi sembra poco?”. Ma scherzi? E’ tantissimo. Ma come si può fare? “Voglio fare il ministero del divertimento”. E poi? “Un impegno preciso: Viagra per tutti”. Con chi? “Claudio Cecchetto... Diamoci una leva e solleveremo il mondo. O semplicemente uno stivale dal suolo. Gioca juè!”.
Calmi. Avevamo due strade, si era detto. Una potrebbe imbracciare l’assunto base del diacomondo (“La rete permette a tutti di far
politica” E’ un mondo, forse il migliore a cui possiamo aspirare) e quindi specularvi sopra: ne conseguirebbe una goffa dissertazione intellettualoide sulla crisi del modello freudiano (la metafora dell’angoscia è il conflitto sessuale) in contrapposizione
alla progressiva affermazione del modello tecnologico (la metafora dell’angoscia è la crisi d’identità) e quindi si potrebbe discettare su uomini (nuove generazioni) ridotti a pura relazione, dunque a una disperata ricerca di gruppi e rituali e primitivismi che s’inchinino al totem del diacomondo: il computer.
E’ quello il luogo (la tv ne fa parte) in cui il povero di mente e di spirito non viene più disperso bensì potenziato, e in cui il proletario del pensiero neutralizza il sapiente, e dove chi scambia Dante Alighieri per Santi Licheri (Grande Fratello) non viene lapidato: diventa un idolo. Diventa Diaco, se è un poco paraculo. E questa, dicevamo, è la prima patetica strada. La seconda è pure patetica ma ha il pregio di farci sentire ancora vivi: devi prendere Diaco e devi picchiarlo, devi dirgli “Va’ a lavorare, va’ in miniera”e resistere. Perché se nel 2006 vincerà lui, io lo ucciderò.
Filippo Facci
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Re: Il Barbiere della Sera dichiarato ''Diaco free Zone'' mabega - 30.10.2001| Tutto molto bello. Ma Facci commette un errore quasi imperdonabile nella chiusa del pezzo: quando afferma "dove chi scambia Dante Alighieri per Santi Licheri (Grande Fratello) non viene lapidato" dimostra di non conoscere ne il reality show, ne uno dei più orridi prodotti partoriti da mediaset, inutile parodia di un processo con figuranti mal pagati. Bisogna conoscere bene il proprio nemico per poterlo battere. O meglio, in questo caso, per poterlo abbattere. Senza pietà. | |
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