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08.04.2002
A New York siamo tutti giornalisti!
di Elisabetta Galeffi

Mica è uno scherzo: leggete la sentenza del giudice Paula Omasky

Elisabetta Galeffi da New York: il tribunale sancisce che siamo tutti giornalisti. Una sentenza destinata a fare scuola.

“Chi è un giornalista?”

Negli Stati Uniti, dopo la recente decisione della Corte di New York, si può definire giornalista:

-chi scriva per giornali, TV o programmi radiofonici oppure, questa è la novità , chiunque in sito web esponga le sue idee, racconti la sua verità.

Non importa quanto il sito sia piccolo, non importa se la sede principale del suoi interessi non si trovi negli States.

Da ora in poi quando, per un qualsiasi motivo, un procedimento a favore o contro gli scrittori di una web-page,sarà discusso di fronte ad una Corte Americana, al pari dei grandi organi di stampa, un sito web avrà la protezione del primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti - libertà di parola e di stampa-.

Il giudice di New York Paula Omasky, negando la procedibilità per reato di diffamazione contro gli autori di uno scritto on line, che avevano accusato una Banca messicana, conosciuta con il nome Banamex, di far affari con il traffico di droga, ha allargato enormemente la categoria di giornalista in questo Paese e accordato, ai molti che si trovano a scrivere su un sito internet, la protezione di chi scrive per il New York Times.

Non esistendo l’equivalente del nostro ordine Nazionale dei Giornalisti, al di qua dell’Atlantico, la libertà di un redattore di scrivere quel che decide è protetta dall’appartenenza ad una redazione di un giornale o di una televisione o radio, come ha stabilito la sentenza del 1964, considerata storica , Sullivan contro New York Times.

“E’ accordata la stessa protezione del 1° Emendamento della Costituzione Americana- Libertà di parola e di stampa- la stessa protezione accordata a un giornale o ad un giornalista accusato di diffamazione” …” chiunque accusi per diffamazione un redattore on-line deve provare che il suo scritto è volutamente falso e deliberatamente malizioso”.

Tremano di fronte alla novità, le scuole di giornalismo americane, la via principale , se non l’unica per entrare nel mondo della stampa statunitense; scrivere come giornalisti da ora in poi sarà molto più facile.

La notizia è passata quasi inosservata sulla stampa americana, forse perché Banamex è una Banca che fa parte del potente Associazione Bancaria Americana Citigroup o forse solo perché divulgare la notizia metterebbe a rischio molti potenti .

La storia giudiziaria di Narco.news, un sito web che copre in Messico le vicende legate alla guerra della droga in America Latina, è iniziata nel 1997 quando con 15 reportages, apparsi sul sito, si accusava Roberto Hernandez Ramirez, direttore generale e maggior proprietario della Banamex, di essere un trafficante di droga tra America Latina e Stati Uniti.

Il primo procedimento per diffamazione assunto di fronte ad un tribunale Messicano si è concluso nel 1999 assolvendo i redattori del sito web, perché non esistevano gli estremi del reato di diffamazione.

Forse proprio per questo, quest’autunno, i legali di Banamex hanno pensato di citare in giudizio i redattori on-line difronte ad una Corte Americana, dove Citigroup è un gruppo potentissimo.

La pagina web, Narco.news, è registrata presso un Ufficio Postale di New York e sempre a New York, in una pubblica Conferenza, gli autori dei testi avevano nuovamente riproposto i risultati delle loro indagini.

Presto ci sarà l’appello, ed e’ vero, che in regime di Common law (mancanza di regole scritte e decisioni da motivarsi sui precedenti giudiziari) il prossimo giudice investito del caso o di un caso simile, potrà decidere anche in modo del tutto differente dalla decisione di Paula Oblasky. Ma di quella decisione da ora in poi si dovrà tener conto e spiegarci perché si dissente.

Elisabetta Galeffi



 
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