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25.10.2002
Condoleeza, sei una forcaiola
di Shampoo

No, Condy, non ci sto. E non toccarmi il garantismo di Paolo Mieli

Cara Condoleeza, spero che Paolo “Honeys” Mieli non ti chiami mai. Spero che i suoi dubbi se li risolva da sé. Altrimenti, avremmo un forcaiolo in più.

E davvero ne possiamo fare a meno in questo paese dove di giustizialisti un tanto al chilo se ne trovano dietro ogni angolo.

Non condivido un rigo di quello che scrivi – tentando di far ironia – su Mario Tuti.

Il geometra del comune di Empoli che all’ora di cena del 24 gennaio 1975 freddò due poliziotti è oggi, dopo 27 anni, un’altra persona.

In mezzo ci sono stati (chissà se te ne sei accorta) gli anni delle stragi di Stato, gli attentati nelle banche, sui treni, fino a quello del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, con 85 morti e decine di feriti.

Una strategia ancora tutta da decifrare, tra il rosso e il nero. E Tuti in questi anni di galera si è dedicato ad altro: il carcere lo trasforma in palcoscenico, dietro le sbarre mette in scena piéces teatrali.

I titoli? Nero nella notte, il Maratoneta (recitata correndo sempre su un tapis roulant), Amore sbarrato e Confessione per il mio giudice. Come faccio a sapere tutto questo?

Beh, ho visto una sua rappresentazione. Gli ho parlato, l'ho intervistato e ho anche conosciuto qualche suo compagno di cella. Sempre per lavoro, s'intende.

Ho anche il vizio –pericoloso in questo paese – della memoria.

Grave quindi pensare che esistano detenuti buoni e detenuti cattivi: i primi tutti di là, gli altri tutti amici dei La Russa, Gasparri et similia. Ma se su Tuti è questione di garantismo-giustizialismo, su Martino Siciliano e il giudice Salvini e Delfo Zorzi debbo dire che proprio sei fuori strada.

Sì, quello che scrivi è completamente sbagliato. Frutto di deformazione. Di quale tipo? Scegli tu.

Scrivi a Shampoo

ps. Ti consiglio la lettura di questo ‘medaglione’ che Luigi Manconi sulle colonne dell’Unità ha voluto spendere per dire chi è oggi Mario Tuti.

E ti consiglio di non leggere il Giornale perché potresti avere un mancamento. Sulle colonne che furono di Indro Montanelli adesso firma un pericolo pubblico numero uno: Valerio Fioravanti alias Giusva che insieme a Francesca Mambro si sta ricostruendo un’altra vita.

Possibilità che tu, cara Condoleeza, gli avresti negato: meglio - e più facile chiudere i conti - vederli penzolare dall’albero più alto.

Luigi Manconi dall’Unità di mercoledì 23 ottobre

Non è, certo, uno stinco di santo: e se qualcuno lo presentasse come tale, il primo a stupirsene e, probabilmente, a offendersene, sarebbe proprio lui: il detenuto Mario Tuti.

La sua storia è tragicamente nota. Tuti viene arrestato il 28 luglio 1975 per l'omicidio di due poliziotti, uccisi mentre perquisivano la sua abitazione, nell'ambito di un 'inchiesta sul Fronte nazionale rivoluzionario (di aperta ispirazione fascista).

Condannato all'ergastolo, durante la detenzione uccide Ermanno Buzzi, riconosciuto colpevole per la strage di Brescia (maggio 1974).

Nel 1987, Tuti è tra i detenuti che, nel carcere di Porto Azzurro, durante un tentativo di evasione, sequestrano per una settimana un nutrito gruppo di persone (appartenenti all'amministrazione penitenziaria).

Condannato per l'attentato ai treni della linea Firenze-Roma e per quello all'Italicus, Tuti viene assolto in appello per il primo e, per il secondo, la cassazione confermerà l'assoluzione della corte d'assise di appello.

Resta una carriera criminale impressionante e crudele, che - ad avviso di chi scrive - è stata duramente (giustamente) sanzionata.

Come si è detto, Mario Tuti è in galera dal luglio 1975 (facile fare il conto) ed è uno dei pochissimi detenuti politici che non hanno mai usufruito di alcun beneficio tra quelli previsti dall'ordinamento, pur avendoli chiesti da tempo e trovandosi nelle condizioni per ottenerli.

Tuti ha avviato, da anni, un doloroso ripensamento sul proprio passato (come testimonia, tra l'altro, una importante intervista, fallagli proprio sull' "Unità" da Roberto Roscani, nel marzo del 2000); e si è dedicato a diverse attività, alcune delle quali di notevole, spessore (in particolare, nel campo dell'informatica, della scenografia, della musica).

Dunque, ha intrapreso - e da tempo - quel percorso "rieducativo" che la Costituzione prevede quale funzione qualificante della pena.

A confermarlo sono le relazioni e le testimonianze di direttori di carcere, educatori, psicologi, ma anche di agenti e ufficiali della polizia penitenziaria.

E, tuttavia, Tuti non ha mai ottenuto un permesso, un benefìcio, un'opportunità. La sua storia recente è quella di un ininterrotto differimento, di un infinito rinvio, di un eterno procrastinare.

Eppure, ciò che chiede non è "clemenza"; è, piuttosto, una chance: l'occasione per dare un senso a quei (quasi) trent'anni trascorsi in carcere.

Può essere, nell'ipotesi più ottimistica (peraltro sollecitata due volte dalla direzione del carcere di Voghera), il lavoro esterno; possono essere i permessi premio; può essere, come precondizione essenziale, la declassificazione: ovvero il passaggio dalla carcerazione speciale a quella ordinaria.

Sono misure che dipendono dal ministero, dall'amministrazione penitenziaria e dalla magistratura di sorveglianza: non certo - ed è giustissimo che così sia - dalla politica.

Indubbiamente - come non ci stanchiamo di ripetere in queste righe - la questione del carcere è, in primo luogo, la questione dei 56.537 reclusi senza nome, senza voce e, spesso, senza avvocato.

E, tuttavia la vicenda, pur così peculiare, di "un" detenuto può raccontarci molto delle vicende dell'intera popolazione carceraria.

Luigi Manconi



 
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