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05.02.2003 IL BUIO OLTRE LO SCHERMO
di Wolfgang Achtner
Wolfgang Michael Achtner, per gli amici Wolf, 52 anni, americano, videogiornalista freelance e collaboratore di varie testate americane ed inglesi ha scritto per il Barbiere della Sera una analisi della televisione italiana. Nel ringraziare Wolf della sua collaborazione, invitiamo i nostri lettori a non perdere questo saggio in tre puntate

Le polemiche suscitate dall’articolo di Tobias Jones sulla tv italiana pubblicato due settimane fa (sabato 18 gennaio) dal Financial Times [N.d.A.: vedere l’originale di Jones in fondo all’articolo di Franco Carlini] sono la conferma del fatto che in Italia è quasi impossibile tentare di stimolare un dibattito serio ed obiettivo su quest’argomento.
Le reazioni indignate di politici e addetti ai lavori sono sintomatici di un inguaribile provincialismo – quando mai un membro del governo britannico o americano commenterebbe un articolo sui programmi televisivi dei rispettivi paesi, pubblicato sul Corriere della Sera o La Repubblica? - e la genericità dei commenti tradiscono il fatto che gli autori non hanno letto l’articolo in questione.
A questo proposito, sono rappresentativi i commenti del ministro Maurizio Gasparri: “E` un misto di bacchettonismo e di marxismo. Degno di un paese dove c’è ancora un ramo del Parlamento in cui gli uomini usano la parrucca”. Dello stesso tono la reazione di Gerry Scotti: “Ognuno deve sciacquarsi i panni nei propri fiumi. E mi sembra che il Tamigi non sia poi così pulito”.
Vorrei osservare che non è neanche giusto affermare – come ha fatto Alberto Bilà nel suo pezzo, gentilmente fornito ai lettori de Il Barbiere della Sera da Enrico Mentana – che l’articolo di Jones consista in “Una bordata di accuse al veleno sparate ad alzo zero (…) contro la televisione italiana in toto, Rai, Mediaset, tv locali”.
Per essere in grado di scrivere ciò che ha scritto Tobias Jones, non occorre essere particolarmente esperti di televisione o giornalisti televisivi: in verità, anche se i lettori dei giornali ed i telespettatori italiani lo ignorano, le osservazioni di Jones, che ha semplicemente riportato le sue impressioni – che erano quelle di un telespettatore abituato alla tv britannica – echeggiano le reazioni che ho sentito mille e più volte da stranieri di passaggio o residenti in Italia.
Ovviamente, chi è abituato a vedere la televisione di un altro paese può fare un confronto con la televisione italiana, ma questa possibilità viene abitualmente negata ai telespettatori italiani.
Come ho scritto molte volte, il pubblico italiano si trova ad essere una captive audience, un “pubblico prigioniero”, giacché non ha la possibilità di effettuare una scelta libera tra prodotti diversi, dato che il mercato italiano non è un mercato aperto, ma è un mercato bloccato dal cosiddetto “duopolio” Rai-Mediaset.
Tanto per essere chiari, il mercato televisivo italiano ricorda il mercato automobilistico della Germania dell'Est, prima della caduta del Muro di Berlino.
Allora, l'unica automobile disponibile sul mercato era la “Trabant”, un trabiccolo dalla carrozzeria in cartone pressato, coperto da un sottile strato di plastica per impedire che si sciogliesse sotto la pioggia.
Dato che questo era l’unico modello disponibile, chi voleva un’automobile comprava una Trabant. Dopo la caduta del Muro di Berlino, agli abitanti della DDR fu offerta la possibilità di effettuare una scelta “libera” – perché esisteva una gamma di scelte possibili di automobili di marchi e modelli differenti – e allora le Trabant sparirono nel giro di poche settimane, rimpiazzate da Volkswagen, Opel, Mercedes, Ford e BMW.
Similmente, i telespettatori italiani continuano a guardare i soliti telegiornali per due motivi: primo, non avendo mai avuto la possibilità di vedere un telegiornale di elevata qualità – dal punto di vista giornalistico e tecnico – la maggioranza degli italiani ignora che vi sia un altro modo di fare informazione; secondo, chi fosse insoddisfatto dei soliti tg, non ha la possibilità di effettuare una scelta.
Ho trovato estremamente confortante la visione della puntata di “Terra” di domenica 3 febbraio, dedicata interamente ad un esame della produzione televisiva italiana, che a prescindere dalle intenzioni degli autori, ha sostanzialmente confermato la situazione descritta da Tobias Jones nel suo articolo.
Con diverse sfaccettature, critici televisivi, autori di programmi e addirittura alcuni carcerati – quest’ultimi davvero membri, anche in senso letterale, di una captive audience – hanno confermato i difetti principali della programmazione: sostanziale omologazione dei programmi, volgarità, poca qualità e scarsa affidabilità dell’informazione televisiva.
Ha fatto eccezione Gerry Scotti, che ha fatto una difesa d’ufficio della tv italiana basata esclusivamente su un cumulo di banalità, tra cui le donnine svestite nei tabloid pomeridiani inglesi (che c’entra con i programmi televisivi?).
L’intervento di Scotti mi ha dato particolarmente fastidio perché non riesco a spiegarmela che in uno dei seguenti modi:
a) è stato incaricato dai suoi superiori a Mediaset di difendere la televisione italiana e, quindi, indirettamente la sua azienda;
b) non conosce l’argomento di cui parla (e questo è possibile, visto che non si può dare per scontato che un presentatore debba sapere come si faccia un programma televisivo e, meno ancora, essere un buon conoscitore della tv britannica);
c) era in malafede.
Qualcuno avrebbe fatto meglio a dire a Scotti e a certi altri personaggi che hanno ripetuto le stesse banalità, che a giudizio di molti esperti, la televisione britannica è la migliore del mondo.
Davvero significativo, a questo proposito, è stato il servizio del giornalista, inviato appositamente a Londra per vedere i programmi trasmessi dalle cinque reti britanniche che trasmettono via etere.
Era palpabile il disagio del cronista che, chiaramente, tentava di dimostrare che, vista da vicino, la televisione britannica non era migliore di quella italiana. Per questo, dopo avere verificato che la maggioranza dei programmi trasmessi sui canali della tv pubblica e commerciale erano di ottima o, perlomeno, di media qualità, ha più volte mostrato alcune inquadrature di un programma chiamato “Real Sex”, trasmesso verso le 22.30 da Channel 5, in cui si vedeva un’abbondanza di seni nudi, sottolineando che questo era un tipico esempio di programma appartenente al genere trash, o “tv spazzatura”.
Vari italiani residenti a Londra hanno sottolineato la qualità dei programmi della BBC – uno dei quali li ha definiti testualmente “il tipo di programmi che una tv pubblica dovrebbe fare” - e in particolar modo l’attendibilità e l’imparzialità dei servizi informativi della televisione pubblica, palesemente “non di sinistra né di destra”.
Per “consolarci con l’aglietto”, come si dice a Roma, e per dimostrare che esiste qualche paese in cui c’è una televisione peggiore di quella italiana, ci è stata mostrata una tv commerciale albanese che copia in toto – e lo annuncia persino nel titolo dei programmi – la programmazione della tv commerciale italiana.
Purtroppo, per i poveri albanesi, ricongiuntisi al resto del mondo dopo una brutale dittatura durata 50 anni, che ha mantenuto il paese in condizioni di oscurantismo e di isolamento totale, la prossimità geografica ha voluto che fosse quella italiana il modello televisivo da imitare.
Visto che da più di dieci anni scrivo articoli e libri aventi come argomento la televisione italiana, potrei giudicare alquanto singolare il fatto che nessuno degli autori dei servizi di “Terra” né dei numerosi articoli pubblicati in questi giorni su questo tema abbia pensato che potesse essere utile sentire la mia opinione, se non fosse per il fatto che, come ho già accennato, il sistema dei media italiani non tollera critiche che vengono dall’esterno, specialmente se il critico è in grado di spiegare chiaramente – come ho fatto nei miei scritti e nei miei corsi universitari e non – che esiste un modo alternativo di fare televisione ( e informazione televisiva) ed è anche in grado di insegnare come si fa.
Per lo stesso motivo, nelle trasmissioni o nei convegni dedicati a quest’argomento, vengono solitamente invitati addetti ai lavori - giornalisti televisivi, presentatori, autori di programmi e dirigenti – compiacenti, appartenenti al “sistema”, e così si arriva sempre alla conclusione che “la televisione italiana è la migliore del mondo”.
Da giornalista televisivo e studioso di televisione non posso che condividere le critiche di Jones, anche perché coincidono con quanto scrissi in una serie di articoli pubblicati da “Il Mondo”, nel 1997 [N.d.A.: vedere gli originali acclusi in fondo a questa pagina].
A questo proposito, credo sia interessante notare che, eccettuato per alcuni piccoli cambiamenti che riguardano specifici programmi o l’arrivo di alcuni conduttori che hanno sostituito colleghi temporaneamente assenti dai palinsesti televisivi, nel periodo trascorso da quando ho scritto quegli articoli, non è cambiato quasi nulla.
In sintesi, i principali difetti della programmazione televisiva italiana si possono riassumere nei seguenti punti: un livello qualitativo medio dei programmi molto basso, programmi di varietà che riprendono uno schema derivato dall’avanspettacolo, palinsesti dominati sulla reti Rai (in particolar modo il palinsesto pomeridiano di Rai1 e Rai2) e Mediaset da programmi tipici della tv del dolore – che include tutti i programmi del genere talk show e pseudo-approfondimento che si basano su interviste con protagonisti di disgrazie varie e banali storie di tradimenti, ecc. - gossip su VIP veri o presunti tali, giochi vari.
Tutti i generi suddetti vengono mischiati, con aggiunta di canzonette e risultati delle partite di calcio, nei cosiddetti “programmi contenitore” che vanno in onda l’intero pomeriggio della domenica su Rai 1 e Canale 5.
A quanto detto fin qui, aggiungasi che la maggior parte dei programmi di fiction prodotta dalla principali reti italiane è di pessima qualità e sembra mirata ad un target di utenti aventi un’età mentale di non più di sei anni.
Come ha correttamente osservato Jones, la programmazione televisiva italiana è caratterizzata da una sguaiatezza e da una volgarità ineguagliata in altri paesi.
Basti pensare alle parolacce e alla grevità che contraddistinguono tanti programmi, dai talk show alla fiction: a questo proposito, meritano una citazione il programma pomeridiano di Alda D’Eusanio o quel caso da manuale di fiction italica, “La Palestra”, trasmesso in prima serata su Canale 5, giovedì 16 gennaio.
A proposito della D’Eusanio e del suo programma che ormai è diventato un’icona del trash tv, o della “tv spazzatura”, vorrei soltanto osservare che trovo incredibile che venga concesso a lei - e ai conduttori di altri programmi della Rai, vedi per esempio Mara Venier - di utilizzare i loro programmi per replicare, in diretta, ai critici.
Per quanto riguarda “La Palestra”, credo che questo debba essere segnalato come il programma più indecoroso mai trasmesso in prima serata da una delle principali reti italiane.
Confesso di non avere mai visto niente di così squallido in vita mia su un’importante rete televisiva: una storia di amorazzi, corna e ammucchiamenti, “recitato” da personaggi indegni di essere chiamati “attori”, dove l’unico aspetto che si ricordi della sceneggiatura è il fatto che i protagonisti pronunciano in media una parolaccia ogni tre parole.
Credo sia opportuno rilevare che, in molti altri paesi dell’Unione Europea, una rete che avesse trasmesso questo sceneggiato in prima serata avrebbe rischiato gravi sanzioni.
Oltretutto trovo veramente incredibile che una tale porcheria sia stata trasmessa in prima serata pochi giorni dopo che tutti gli addetti ai lavori hanno proclamato la necessità di tutelare gli spettatori minorenni.
Tra l’altro, viene da chiedersi come mai i dirigenti delle reti Mediaset non controllino i programmi prima di dare il nulla osta per la trasmissione, poiché sembrerebbe logico aspettarsi che – se fosse stato visionato - un tale sconcio sarebbe stato bloccato, se non nella fase di produzione, almeno prima della messa in onda.
Dato che il presidente di Mediaset, Fedele Confalonieri è un uomo di cultura e una persona per bene, credo che farebbe bene a chiedere scusa ai telespettatori.
Wolfgang Achtner - (segue)
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Re: Pezzo eccellente Mata Hari - 05.02.2003Leggere questi pezzi riconcilia con la professione. Complimenti all'autore.
m.h. | |
Re: IL BUIO OLTRE LO SCHERMO Mauro Benedetti - 05.02.2003A me, invece, pezzi come questo incrementano la voglia di azzerare la categoria. E mi spiego in due parole: o in Italia non ci sono giornalisti (con incluso adeguato bagaglio culturale, tecnico e, non ultimo, etico), oppure ci sono e, per qualche ragione non misteriosa, non sono in condizione di fare il loro lavoro.
Propendo, salvo rarissime eccezioni -e non mi riferisco a Michele "Bella Ciao" Santoro- per la prima ipotesi.
Perché se fosse vera la seconda, mancherebbe un altro, non banale, ingrediente che rende un giornalista tale: il coraggio dell'onestà. | |
Re: IL BUIO OLTRE LO SCHERMO Angelo M. - 05.02.2003Diamogli canzonette,fiction da asilo nido,partite di calcio a volontà e informazione gonfia di omicidi passionali,tradimenti,vip e veline,MA NON FACCIAMOLI PENSARE E MATURARE CON PROGRAMMI ED INFORMAZIONE INTELLIGENTI!
E quelli che si lamentano oggi,quando ritorneranno al governo domani,faranno le stesse cose. | |
Re: IL BUIO OLTRE LO SCHERMO sebastian dangerfield - 05.02.2003| Ottimo ritmo, secco e incisivo. Voglio dare fiducia a Wolf, perche' non so di che parla. Non vedo la tv dal 1999 (e continuo ad essere informato ed informare comunque); ho iniziato per esperimento, ho continuato dopo aver scoperto che guadagnavo un mare di tempo, ora non posso fare a meno di non vedere televisione. Questo, quindi, e' il commento di un profano, anzi di un liberto felice di averci azzeccato, almeno una volta. Provate a fare lo stesso | |
Re: IL BUIO OLTRE LO SCHERMO OldNoGlobal - 05.02.2003Per Medialab : attento a come parli, in quanto Achtner, come si evidenzia da alcune interlocuzioni, é della tua stessa parte.
Solo che magari é più colto degli attuali padroni del vapore, pardon della televisione.
Ciao
OldNoGlobal | |
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