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09.04.2003
17.27 piazza Alimonda - Seconda puntata
di madame psychosis

Il 17 aprile ci sara’ la decisione del gip sulla richiesta di archiviazione per legittima difesa per il carabiniere accusato dell’omicidio di Carlo Giuliani. Una storia da conoscere. Seconda puntata (la prima e' qui).

Indagini e consulenze

La procura della repubblica di Genova il 23 luglio dispone il sequestro di tutto il materiale che aveva indosso Carlo Giuliani, dell'arma di Placanica, dei due bossoli ritrovati (uno a terra e uno a bordo del defender) e del fuoristrada.

Dopo oltre tre mesi dal fatto, il 6 novembre, vengono depositati i risultati dell’autopsia sul corpo di Carlo Giuliani, eseguita il 21 luglio al galliera da Marcello Canale e Marco Salvi. Il ragazzo e' stato ucciso dal primo dei due colpi di pistola sparati dal giovane carabiniere, a una distanza superiore ai 50 cm, il suo corpo presenta solo delle escoriazioni, e non lesioni mortali, causate dal successivo doppio passaggio della camionetta dei carabinieri sopra di lui. A Carlo Giuliani sono state fatte due Tac, prima la toracico-addominale, solo successivamente quella cranica (Cavataio, il carabiniere che era alla guida della Land Rover, e’ uscito dall’inchiesta ai primi di agosto).

Poco piu’ di un mese dopo, il 10 dicembre, e’ la volta della perizia balistica. Valerio Cantarella, perito d’ufficio di Franz, ipotizza che a sparare siano state due pistole. Il bossolo ritrovato all' interno della jeep dei carabinieri e' compatibile all' 80 per cento con la pistola di Mario Placanica, mentre il bossolo ritrovato all'esterno e' compatibile per il 10 per cento. Dalla pistola di ordinanza del carabiniere risultano mancanti due colpi.

Una settimana dopo Franz ordina una perizia su sei pistole: oltre a quella di Placanica, verranno esaminate altre le due presenti a bordo della jeep, piu’ quelle di altri tre carabinieri che hanno ammesso di aver sparato nel corso degli scontri (quel giorno i carabinieri spararono 18 colpi. Fonte: le loro relazioni di servizio). L’incarico viene affidato alla Scientifica di Palermo, all’ispettore capo Biagio Manetto.

Il risultato di questa viene depositato l’11 gennaio 2002: i due bossoli trovati in piazza Alimonda a Genova il 21 luglio, sono stati sparati dall'arma del carabiniere Mario Placanica. Meno di un mese dopo, il 7 febbraio, Cantarella deposita un supplemento di perizia in cui corregge i dati: ora il bossolo trovato vicino al corpo del giovane e’ compatibile con l'arma del militare al 60%. Manetto stabilisce anche che la distanza fra la pistola e Giuliani sta fra i 110 e i 140 cm.

Il 21 aprile 2002 si apre il sipario sul set giudiziario. I periti Carlo Torre, Paolo Romanini, Pietro Benedetti e Nello Balossino, esperto in immagini, ricostruiscono la scena a piazza Alimonda. Un Defender e una simulazione, allestita e comparata con foto e video scomposti e analizzati in ogni singolo fotogramma. Il giorno dopo si scopre un foro nella facciata della chiesa, si ipotizza che possa essere l’effetto del secondo sparo. Si ridefinisce la distanza tra Giuliani e la pistola, che ora viene portata a 2 metri e 79 cm.

I consulenti nominati da Franz sono nomi noti alle cronache: Torre, Romanini e Benedetti sono stati consulenti nel caso Marta Russo. Balossino, il consulente per le immagini di Torino e’ accomunato al dottor Marcello Canale, che ha eseguito l’autopsia si Carlo Giuliani, da studi sulla sindone.

Pietro Benedetti e’ il capo del balipedio (campo sperimentale di tiro) di Gardone Val Trompia, si e’ occupato in una lunga carriera di armi delle Br e di molti casi importanti, da Ilaria Alpi a Soffiantini, da Pecorelli a Pacciani. Esperto balistico e’ anche Paolo Romanini, che ha fondato e dirige la rivista Tac Armi.

Dove nel settembre 2001, due mesi dopo il G8 e cinque mesi prima di ricevere l’incarico da Franz, scrive un pezzo sulla “tragedia”: Abbiamo visto il corollario che l’ha preceduta e seguita, fatto di tragica violenza priva di qualsivoglia giustificazione e finalita’ confessabili. Chiunque abbia il dono della vista avra’ potuto constatare quello che e’ accaduto e in particolare come si sono svolti i fatti, quell’immonda caciara sfociata in tragedia. Non c’e’ nulla da interpretare o da commentare.

Per Romanini Carlo Giuliani e’ stato ucciso da un suo coetaneo terrorizzato e ferito, mentre infieriva con inaudita violenza contro un mezzo dei Carabinieri, cercando con tutto se stesso di arrecare danno e nocumento ai militari. Questo e’ tutto.

Poi la prosa si fa piu’ energica: Qui la cosa si prestava allo scopo, tutto era perfetto, il frangente, gli attori, la scenografia. Cosi’ il banchetto degli avvoltoi griffati e’ iniziato, a cadavere caldo, con il sangue che ancora colava; finalmente un martire, un buono ucciso da squadracce repressive e violente guidate dai grandi burattinai. Finalmente uno sbirro assassino!.

Il 3 giugno 2002, dopo quasi un anno dai fatti, ecco la teoria del calcinaccio. Per comprenderla bisogna focalizzare l’attenzione sul proiettile. Il fatto e’ che il calibro 9 lungo (noto anche come 9x19 parabellum, 9 parabellum, 9mm Nato e 9 Luger FMJ) e’ un proiettile dagli effetti arcinoti. Che nel caso di Carlo Giuliani ha un comportamento anomalo. Ben diversi dovrebbero essere gli effetti di un colpo di tale calibro che colpisca a cosi’ breve distanza.

Il foro d’entrata e’ piccolo, e quello d’uscita ancora piu’ piccolo. La spiegazione potrebbe essere la “frammentazione” del proiettile. Tutti i periti concordano sul fatto che un proiettile 9mm Nato non si possa frammentare al solo impatto finale con la vittima, serve quindi una spiegazione su cosa possa aver inciso nella storia balistica del proiettile.

Questa cosa del proiettile e’ un rompicapo. Un frammento metallico e’ saltato fuori scuotendo il passamontagna (quando dopo oltre un anno si rimettono le mani nel sacchetto delle cose di Carlo Giuliani), non e’ invece stato repertato al momento dell’autopsia (e non risulta nella relazione, depositata piu’ di tre mesi dopo da Canale) un altro frammento, visibile dalla Tac nella testa del ragazzo. Carlo Giuliani, per chi non lo ricordasse, e’ stato cremato.

L’ipotesi dei consulenti del pm e’ che il proiettile si sia frantumato impattando nel suo percorso. L’estintore, dissero inizialmente. Poi si decise per il sasso (un calcinaccio “di due chili”, visibile nel filmato dell’operatore di Luna rossa) e per Placanica che spara verso l’alto. 'Per noi e' compatibile un rimbalzo del proiettile contro la pietra. Sei proiettili su sei, quelli utilizzati durante le prove, si presentano molto simili a quello che ha ucciso Carlo Giuliani, cioe' integri ma deformati dichiara Romanini alla stampa. E’ bene ricordare che nessun proiettile e’ mai stato ritrovato, neppure in parte.

L’esito della perizia (tre faldoni, 10 cd, 3 cassette Vhs e 2 dvd) viene depositato l’11 giugno. Che il proiettile abbia incontrato il calcinaccio sarebbe documentato dal video: …si verifica lo sparo; in modo quasi istantaneo il calcinaccio, fuori dall’inquadratura della telecamera, viene colpito… il calcinaccio colpito, e’ ancora esterno all’area di visualizzazione della telecamera… il calcinaccio entra nell’area di ripresa della telecamera ed e’ interessato dal fenomeno di disaggregazione che pero’ e’ confinato nella parte non visibile dalla telecamera….

Nella controperizia della parte offesa si evidenzia invece che: il carabiniere Mario Placanica sparo' ad altezza d' uomo, la distanza tra la bocca dell' arma e Carlo Giuliani era di 3 metri e 37 centimetri, e il proiettile non fu deviato dal calcinaccio in aria, che si frantumo’ colpendo lo spigolo posteriore del tetto del defender all' altezza della seconda 'I' della scritta carabinieri, lasciando un visibile segno.

Sulla questione della frammentazione del proiettile l’avvocato Pisapia propende per il difetto di fabbricazione, e per un’ipotesi fondata sulla testimonianza di un sottoufficiale dell’Arma in congedo che definisce diffusa la pratica di fare incisioni sulla camiciatura del proiettile.

C’e’ un’altra ipotesi da segnalare: forse quel proiettile non era un 9mm Nato, forse era un proiettile speciale. Sempre ipotesi , ma tutt’altro che fantasiosa.

Compagnie Risolutive

Placanica, Raffone (ausiliari) e Cavataio (autista a ferma biennale) vengono tutti dal 12° btg Sicilia, ma a Genova sono inquadrati nella Compagnia Echo, una delle cinque che fanno parte delle Ccir.

Compagnie di contenimento e intervento risolutivo, nate appositamente per il G8, un migliaio di militari, cinque compagnie di circa 200 elementi, divisi in plotoni da 50. Non sono un corpo strutturato con un comando proprio. Si sono formati con un arruolamento informale, sono plotoni la cui composizione riflette quella ordinaria, ma opportunamente selezionati, e poi addestrati, a Velletri e altrove. La nuova frontiera dell’ordine pubblico.

Voglio solo ricordare che il 70% dei battaglioni mobili dei Carabinieri e' composto da personale di leva e per il G8 la percentuale e' stata solo del 27%. Un 27% particolarmente addestrato, sono parole del ministro Scajola, il giorno dell’informativa urgente al Parlamento.

A Genova per coordinare le Ccir c’e’ il tenente colonnello Giovanni Truglio, paracadutista, e’ lui l’ufficiale piu’ alto in grado nelle strade, in quei giorni.

Truglio e’ il responsabile di una delle due camionette, l’altra, quella dove stava Placanica, e’ del capitano Cappello, para’ anche lui (nella relazione di servizio e’ Capitano della Compagnia Ccir Echo, come il tenente Nicola Mirante, anche lui sul posto).

Sopra Truglio a Genova c’e’ solo Leonardo Leso, che dirige le Ccir dal quartier generale alla Fiera. Corpi speciali, missioni all’estero, colleghi del Tuscania. Truglio, Cappello, Leso: i loro nomi sono citati nel memoriale di Aloi fra gli ''autori o persone informate delle violenze perpetrate contro la popolazione somala''. Missione Ibis, Somalia, 1994, inchiesta archiviata.

Truglio e Cappello, almeno secondo disposizioni, sono agli ordini di piazza di un vicequestore, Adriano Lauro, anche lui a piazza Alimonda. E’ quello che abbiamo visto in video indicare un manifestante, quando Carlo Giuliani e’ a terra, e urlare “Tu, sei stato tu, col tuo sasso”.

Il tenente colonnello Giovanni Truglio al momento dello sparo sta a una ventina di metri dalla jeep, da cui e’ sceso poco prima, lo riferisce lui stesso, sentito dai pm alle 20.20 dell’infausta giornata, in fotografia lo si vede raggiungere per primo il mezzo, dopo lo sparo, che dichiara di non aver sentito. Nonostante cio’ non e’ mai stato convocato da Franz.

Di lui si occupano le controinchieste, Lello Voce e Indymedia, Alessandro Mantovani ne scrive sul Manifesto. Cappello invece verra’ ascoltato da Franz l’11 settembre 2001, convocato perche’ il suo nome esce durante un’assemblea a Bologna.

Placanica a quanto dice indossa una fondina a coscia. E’ un accessorio fuori ordinanza, un accessorio adatto piu’ a un’operazione anticrimine che a un intervento di ordine pubblico. La fondina regolamentare sta a sinistra, questa a destra. La prima e’ difficile da forzare, per deducibili motivi, la seconda e’ a rapida estrazione. L’arma e’ a portata di mano.

Cosi’ sembra equipaggiato Placanica, che, dopo aver sostenuto il contrario, si dice non molto bravo con le armi. Cosa che male si concilia con la posizione della mano che regge la pistola al momento dello sparo come la conosciamo: braccio teso, polso inclinato, due colpi esplosi: sembra un esperto, piu’ che un ausiliario in preda al panico.

Oggi, il ten.col. Truglio dirige la sala operativa centrale del Comando generale dell’Arma dei Carabinieri, in viale Romania. Il cap. Cappello ha avuto una carriera forse meno brillante, e dirige i Cacciatori eliportati “Sardegna”, incarico gia’ ricoperto dallo stesso Truglio.

Leso da colonnello e’ diventato generale, decorato della Legion of Merit, dalle mani dal presidente Usa. Gia’ fondatore e capo in Bosnia e Kosovo delle MSU, Multinational Specialized Unit, la polizia internazionale voluta e finanziata dalla Nato, e’ a capo della Seconda Brigata mobile dell’Arma: nata nel 2002, ha la sua sede a Livorno, poco lontano dalla Folgore, e il compito di addestrare e coordinare sul campo i reparti in missione in terra straniera; dispone dei paracadutisti del Tuscania, uscito alla protezione della Folgore, del 7° reggimento mobile di Laives, Bolzano, e del 13° di Podgora, Gorizia, delle teste di cuoio dei Gis, e di un reparto logistico e un’unità di intelligence dei ROS.

“Carlo Giuliani durante l’assalto al mezzo dei carabinieri” e’ la didascalia che ancora si legge sotto ogni foto. Si e’ ripetutamente parlato di tentativo di linciaggio. Ma guardando i documenti visivi e leggendo le testimonianze si capisce che il defender non e’ affatto circondato: gli assalitori, che non sono centinaia ma poche unita’, sono sul lato destro del mezzo (dei nove vetri della jeep non protetti da griglie ne risultano rotti tre, un semivetro sul lato destro, un oblo’ sul tetto e il vetro posteriore), dall’altra parte c’e’ un intero plotone di carabinieri, con tanto di ufficiali e sottoufficiali collegati via “laringofono”, a una cinquantina di metri sta la polizia.

Il 2 dicembre 2002 il pm Silvio Franz ha depositato la richiesta di archiviazione per Mario Placanica per legittima difesa. Le conclusioni dei consulenti, esposte in termini di mera compatibilita’, armonia con le ipotesi o alta attribuibilita’, sono accolte. Il pm accoglie la teoria del calcinaccio: E’ la ricostruzione in assoluto piu’ attendibile. Il gip Elena Daloisio decidera’ il 17 aprile, lo scorso febbraio c’e’ gia’ stato un rinvio.

Si prospettano - scrive il pm - tre possibilità: 1. Placanica ha sparato i due colpi più in alto possibile con l'intento non di colpire ma di impaurire gli aggressori. 2. Placanica ha sparato i due colpi senza mirare a qualcosa o a qualcuno ma con l'intento di fermare l'aggressione; i colpi sono partiti verso l'alto. 3. Placanica ha sparato il primo colpo mirando a colpire Giuliani.

Quest'ultima ipotesi è “da escludere con certezza” per due ragioni: Placanica nel momento in cui spara è terrorizzato ed è attendibile quando non riesce a ricostruire il processo mentale che l'ha portato a premere il grilletto … Forse sparando voleva solo impaurire gli aggressori ai quali non erano bastate le minacce verbali e l'estrazione dell'arma; forse invece era sua intenzione porre fine all'aggressione sparando nella direzione degli aggressori tramite quel ristretto specchio visivo costituito dal lunotto posteriore e accettando anche il rischio di colpirne qualcuno. Ritengo che questo dubbio non troverà mai una risposta prima di tutto nella mente di Placanica.

Gli avvocati della parte offesa vorrebbero invece un dibattimento, possibile con l’imputazione per Placanica di eccesso colposo di legittima difesa. Solo lo sviluppo dinamico del dibattimento, nonche’ la possibilita’ di disporre perizie sui rilevanti punti controversi, possono portare a quell’accertamento della verita’ giudiziale che, in casi delicati come questi, deve avvenire attraverso un reale, effettivo e concreto contraddittorio tra le parti si legge nella memoria difensiva. Il concetto e’ chiaro, le perizie dei consulenti del pm sono pervenute in diversi punti a conclusioni differenti, in ogni caso diametralmente opposte a quelle della parte offesa, bisogna accertare la verita’.

I rilievi tecnici sul Defender sono stati fatti dai carabinieri all’interno della caserma di San Giuliano (la sede del Comando provinciale, dove durante il G8 gli onorevoli Fini e Ascierto hanno trascorso i pomeriggi). Gli accertamenti tecnici sulla pistola di Placanica sono stati fatti dal Nucleo operativo dei Carabinieri del Comando provinciale di Genova. Varie deposizioni testimoniali sono state assunte da carabinieri. In almeno una occasione durante le testimonianze rese agli inquirenti erano presenti, come assistenti per redigere gli atti, militari dell’Arma.

E’ una violazione del principio stabilito dalla Corte Europea per i diritti dell’uomo secondo cui in caso di delitti, omicidio in particolare, commessi da appartenenti alle forze dell’ordine, le indagini devono essere affidate a corpi che siano indipendenti da quelli che sono stati coinvolti nei fatti delittuosi.

Madame Psychosis

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