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06.06.2003
La pubblicità anima della concorrenza
di Salvatore Bragantini

Gli imprenditori e il caso Mediaset. Un bel pezzo del Corriere di oggi che riproponiamo perchè serve a tutti noi per capire

Mediaset, impresa di raccolta pubblicitaria posseduta al 48% circa dal Presidente del Consiglio, annuncia (con soddisfazione forse appena mascherata dal senso dell’opportunità), risultati ottimi per la raccolta pubblicitaria, evidentemente in controtendenza con il resto dell’industria dei media, se nella stessa sede, l’Assemblea UPA (Associazione di utenti pubblicitari), il presidente Giulio Malgara ha chiesto una defiscalizzazione degli investimenti in pubblicità.

Questa situazione sarebbe singolare se non fosse l’ovvia conseguenza del conflitto fra gli interessi del gruppo Berlusconi e quelli della Repubblica Italiana, derivante dal fatto che il titolare del gruppo siede a Palazzo Chigi.

A quanto pare Mediaset non soffre poi conseguenze così negative per il fatto di fare parte del gruppo, nonostante quanto affermato dal titolare stesso, che sostiene di subire solo danni patrimoniali per il suo impegno politico.

Per alcuni questo aspetto del conflitto d’interessi è secondario, più importante essendo il pericolo che le televisioni aiutino l’uomo politico, e forse è vero; ma anche i vantaggi economici derivanti all’imprenditore dall’attività politica non sono noccioline.

Circa 2,6 miliardi di Euro, (dati 2001), cioè oltre il 60% della raccolta pubblicitaria televisiva, ed un terzo di quella totale, sono ogni anno versati direttamente dai maggiori gruppi industriali, e dalla stessa Repubblica Italiana come inserzionista, nelle casse della Mediaset.

I fatti dimostrano che a questa Confindustria va bene così, ma c’è da domandarsi se davvero i grandi gruppi imprenditoriali italiani ritengono che questo stato di cose sia compatibile con un ordinato svolgimento dell’attività economica ed imprenditoriale.

Certo, sappiamo che ognuno cerca di propiziarsi la benevolenza del potere politico, ma il film l’abbiamo già visto, e sappiamo che alla lunga la libertà d’impresa, non se ne avvantaggia, ma ne soffre.

Non temono i grandi gruppi il pericolo di una dipendenza eccessiva da un duopolio collusivo Rai-Mediaset del quale essi sono vittime quanto i consumatori dei loro prodotti, che ne pagano in definitiva i salatissimi costi?

E non vedono, neanche poi tanto lontano, il rischio che il vecchio giro delle sette chiese romane, la via crucis che dovevano una volta intraprendere per ottenere il placet del potere politico ai loro progetti sia sostituito, per la forza ineluttabile delle cose (che va al di là anche della volontà degli uomini), da un’unica, ma dura, stazione?

Da parte loro il lasciare solo sulle fragili spalle dell’opposizione politica questa battaglia, che oltre ad essere di civiltà è anche di convenienza, sarebbe gravissima miopia. Nessuno lo sa meglio del nostro Presidente imprenditore, nessuno, sicuramente, più di lui è stupito di questo tremulo silenzio.

Salvatore Bragantini





 
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Re: La pubblicità anima della concorrenza
paolo e chiaro - 09.06.2003
Notare come risulti più economico per l'industria finanziare, direttamente o meno, una sola parte politica quando questa sia diventata "monopolista di fatto" piuttosto che dover finanziare l'intero arco costituzionale. Cosa che, ai tempi del CAF fece lievitare i "costi di rappresentanza" fino a raggiungere l'impossibilità di gestione.
Notare ancora come qualsiasi testo di storia dell'industria italiana metta in evidenza una totale assenza di libero mercato nel nostro paese fin dalla nascita del concetto stesso di industria. Neppure i capitali di inizio erano italiani.
L'Iri fu un semplice riassetto di un modo di fare industria tutto nostro.





 

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