Il Barbiere della Sera

| BARBA E CAPELLI | UNA SPIA IN REDAZIONE | DIRITTO DI REPLICA | TRENTARIGHE | DESK POLITICO | TRE PALLE UN COLUMNIST | QUALCOSA CHE VALE |
| SEMPRE MEGLIO CHE LAVORARE? | SCARTOFFIE UTILI | CDR | BACHECA | CURRICULA | SALA STAMPA | MANDA IL TUO PEZZO |
Ultime notizie


RSS


 

 
Si accomodi in poltrona

Login
Login Utente
Password


Brevetta la tua firma! Registrando il tuo pseudonimo potrai scrivere sul Barbiere. Non hai ancora un tuo account? Crealo Qui!

Cerca nel retrobottega

Barber Shop

Finanzia la Bottega

Google

09.06.2003
IN QUEST'ORA DI LIBERTA'
di Ivan Denisovic

Pensieri a ruota libera su stampa e potere


“Certo bisogna farne di strada
da una ginnastica d'obbedienza
fino a un gesto molto più umano
che ti dia il senso della violenza
però bisogna farne altrettanta
per diventare così coglioni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni
da non riuscire più a capire
che non ci sono poteri buoni”


«Se fosse lasciata a noi la scelta tra un governo senza giornali o giornali senza un governo, non esiteremmo un momento a preferire la seconda possibilità».

Chi frequenta la tolda del Barbiere lo sa, dal timone di questa tinozza corsara e anarcoide Figaro continua a cantare come un mangiadischi rotto “Nella mia ora di libertà” di De André, facendoci una capa tanta e rischiando l’ammutinamento!

Siamo messi male se per parlare dello stato di salute della stampa in Italia - ma anche altrove - componiamo un mix tra De André e Thomas Jefferson.

D’altronde, sulla libertà e la stampa se ne sono dette tante. Ne hanno parlato a destra e a sinistra, reazionari e rivoluzionari, Rosa Luxemburg ed Ezra Pound, Karl Kraus e George Orwell. Perciò consentite anche a noi di dire, sommessamente, la nostra.

Per miscelare irriguardosamente il diavolo della Superba con l’acqua santa di Washington qualche motivo c’è.

Ci piacciono tutti e due, innanzitutto. Entrambi conoscevano bene gli uomini: indovinate un po’ chi disse «raramente ci pentiamo per aver mangiato troppo poco».

Entrambi amavano la libertà, entrambi sapevano come la intendono i politici: uno ha scritto “Don Raffaé”, l’altro la Dichiarazione di Indipendenza ed è stato il terzo presidente degli Stati Uniti.

Della politica e del potere non avevano la stessa opinione: il primo scarsissima, il secondo grandissima ma sapeva che gli statisti - veri o sedicenti tali - spesso non ne sono all’altezza («Quando un uomo assume un incarico pubblico - ‘public trust’ -, dovrebbe considerarsi proprietà pubblica»).

Altro che “blind trust”: vedeva lontano, Jefferson.

Talmente lontano da pensare, 220 anni fa, che «i mezzi più efficaci per sottomettere una nazione sono i giornali... Un governo dispotico mantiene sempre in campo un esercito di giornalisti che, senza alcun riguardo per la verità o la verosimiglianza, fabbricano e mettono nei giornali qualsiasi cosa possa servire ai ministri. Questo basta alla massa della gente che non ha strumenti per distinguere i paragrafi veri da quelli falsi in un giornale». Sapeva che «la nostra libertà dipende dalla libertà di stampa, che non può essere limitata senza andar persa».

Ora, forse il dispotismo e la tirannia non sono nemmeno alle viste.

Forse non esiste alcunché che possa far pensare lontanamente a un regime. Però da questa tinozza sempre a spasso per i sette mari del web vediamo crescere ogni giorno segnali che non ci piacciono: politici che parlano e gente che scompare dalla televisione, ministri che s’incazzano e direttori di giornale, fino a ieri apparentemente felicissimi della loro comoda poltrona, che si dimettono per motivi personali.

Sin qui, niente di nuovo sotto il sole, direte voi magari a ragione.

Ma ci sono altri sintomi del malessere della stampa di questo Paese. Il dilagare dell’autocensura nelle redazioni, questa “ginnastica d’obbedienza” che finiamo col prescriverci da noi stessi a sessioni sempre più ravvicinate.

La gestazione di una riforma che, con una somiglianza impressionante a quella in arrivo negli Usa, smantellerà gran parte dei divieti di incroci tra carta stampata e televisione.

Sciatteria e conformismo che dilagano anche nei sancta sanctorum più reconditi. La guerra dei “garantiti” contro chi preme alle mura, lo scannamento già in corso sulla zattera della Medusa.

Adesso la finiamo, con questa geremiade.

Ma ci teniamo a chiudere con le parole di Jefferson: «Lo spirito di resistenza al governo è una cosa di tale valore in certe occasioni che mi auguro sia sempre conservato vivo».

In questo, il vecchio rivoluzionario americano a Faber sarebbe piaciuto assai. Di certo piace assai a noi della ciurma e, speriamo, a tutti quelli che fanno questa vita da marinai.


“Di respirare la stessa aria
dei secondini non ci va
e abbiamo deciso di imprigionarli
durante l'ora di libertà
venite adesso alla prigione
state a sentire sulla porta
la nostra ultima canzone
che vi ripete un'altra volta
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti”


Ivan Denisovic




 
Ti è piaciuto questo articolo? Ti ha fatto pensare?
E allora sostieni il Barbiere della Sera con una piccola donazione.
 
Per inviare un commento devi essere registrato e fare LOGIN
Re: IN QUEST'ORA DI LIBERTA'
Emanuele Bissattini - 10.06.2003
quando uno ha stile, ha stile.


Liberoruoto anch'io
Uncle Joe - 10.06.2003
Caro Ivan, finalmente dissento! Tutto questo consenso crescente fra noi due cominciava a preoccuparmi, sicché adesso posso finalmente concedermi qualche annotazione critica sul tuo pezzullo, in parte (poca) a proposito dello sciopero per il quale sono oggi sfaccendato e (sopratutto) per quanto riguarda "Storia di un impiegato" di De André.
Cominciamo dunque dalla parte meno importante, ossia lo sciopero. Fermo restando che per disciplina sindacale, debito morale e non con i miei rappresentanti che lo hanno convocato e desiderio di evitare rotture di coglioni io aderisco allo sciopero, il raptus lirico civile che esso sembra aver scatenato nel tuo cuoricino professionale mi sembra un po' esagerato, un po' fuori luogo e -perché non ammetterlo?- un po' patetico.
Mi spiego meglio: agitarsi per la liberta' di stampa e di informazione, in Italia o in qualsiasi altro posto, é di per sé un'iniziativa pregevole, tenendo in conto i rischi, le pressioni e i limiti che soffrono e si vedono imporre nostri colleghi ogni giorno su questo pianeta.
Ma tu stesso scrivi che nel nostro Bel Paese ''forse il dispotismo e la tirannia non sono nemmeno alle viste'' e ''forse non esiste alcunché che possa far lontanamente pensare a un regime'', due ''forse'' strategicamente posti che in realtà indeboliscono seriamente ogni protesta: immagina un corteo aperto dallo striscione ''Pace, forse'', o ''Piu' soldi, forse'', o ''Pane e liberta', forse''. Non molto coinvolgente, nevvero?.
Se poi cio' che ti preoccupa é il ''dilagare dell'autocensura nelle redazioni'' (anche se l'autocensura per definizione é un fenomeno interno, e dunque dilaga nei nostri cervelli, non nel nostro posto di lavoro)o la ''sciatteria e il conformismo'', sinceramente non vedo in che cosa uno sciopero -questo sciopero o qualsiasi altro sciopero- possano essere utili a frenare tale preoccupante fenomeno, o sostituirlo con atteggiamenti piu' virtuosi.
Il tutto mi ricorda un graffiti che vidi una volta: ''Basta con l'influenza!!!''. Lodevole idea, ma difficilmente realizzabile attraverso i mezzi di lotta prescelti. E l'anonimo graffitaro almeno si prendeva in giro a sé stesso e i suoi slogan. Tu invece invochi Thomas Jefferson, Rosa Luxembourg e De André (of which more later) in un tono lirico patriottico che finora non ti avevo mai notato.
(A proposito di stile: non ho menzionato la ''la guerra dei garantiti contro chi preme alle mura'' o ''lo scannamento già in corso sulla zattera della Medusa'' perché, malgrado la loro efficacia melodrammatica, non aggiungono niente all'argomento, se non bolle di sapone retorico, e ben si potrebbero applicare verbatim alla crisi del Real Madrid, le prossime elezioni in Messico o la trama del sequel di Matrix che tanto ha impressionato la Ripani).
In estrema sintesi, al di là dei piu' che legittimi dubbi sull'opportunita', la validita' e la legittimita' dello sciopero -Forfora, in un suo intervento all'altro pezzo sulla protesta, ne enumera un bel po', ovviamente ignorati dal trionfalismo autocelebrativo della tua riflessione- restano i dubbi sulla sua utilità ed efficacia. Se c'é in atto un ''piano di regime'', esse sono scarse o nulle, se tale piano non c'é (come "forse" pensi anche tu) sono per definizione inesistenti.
In altre parole, e dal punto di vista della libertà di stampa, questo sciopero non cambia né puo' cambiare un bel niente. Serve solo a fare si' che i giornalisti ''democratici'' (leggasi di ''sinistra'', virgolette d'obbligo) si possano fare una foto davanti al busto di Thomas Jefferson. E questo, spero sarai d'accordo, non é proprio una priorita' politica impellente del momento.
Ma basta con lo sciopero: é in atto, finira' e tutto sara' esattamente uguale a come era prima, solo che un sacco di gente si autoconcedera' una pacca sulla spalla allo specchio, dicendosi ''Io si' che sono un antifascista dell'informazione''.
Passando alle cose serie, ti devo confessare che ho sempre avuto un problema con "Storia di un impiegato", problema che ben si riassume nell'ultimo pezzo dell'album, che é giustamente quello che citi nel tuo lirico pezzo. Perché?
Perché "Impiegato" é l'album in cui De André, da sempre preoccupato dal problema del potere e di come controllarlo o sfuggire ad esso, cede all'ideologia dominante e abbraccia il tema -ahimé tipico degli anni '70- della necessita' inevitabile di una rivoluzione collettiva, che sola puo' dare senso alla ribellione di un individuo.
Questa non é una mia interpretazione tendenziosa, é il senso stesso della storia dell'impiegato che, scosso dall'insegnamento del Maggio francese, tenta prima l'avventura del soggettivismo borghese terrorista ("son bombarolo!") per poi imparare in carcere a dire "noi" insieme agli altri, passo necessario per proceder tutti uniti everso il Sol dell'Avvenir. L'ultimo pezzo, infatti (che citi) parte dalla prima persona singolare per arrivare alla prima plurale, ricuperando lo slogan della canzone di Maggio. L'impiegato borghese, immaturo anche sessualmente ("dove l'amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni") rinasce nel soggetto collettivo proletarizzato carcerario, e ti avverte: sei coinvolto.
Tutto questo in tono chiaramente didascalico (presente in De Andé almeno da "Tutti morimmo a stento"), pedagogico e rivoluzionariamente corretto. Il che ha fatto si' che, malgrado le evidenti virtu' dell'album -il modo in cui declina il tema musicale che fa da filo rosso alla narrativa, per esempio- a me "Storia di un impiegato" non é mai andata giu' del tutto.
So che porre obiezioni a De André é ben peggio che porre obiezioni allo sciopero di oggi, e dunque dubito che questo mio intervento sia gradito a molti (fosse a prima volta...) ma siccome ci tengo alla tua opinione, almeno quando non ti lascia andare alla tua vena waltwhitmaniana, mi sono permesso di dissentire.


Re: IN QUEST'ORA DI LIBERTA'
Gian Paolo Locatelli - 10.06.2003
Non vorrei entrare nel merito della giustezza o meno dello sciopero, perché un paio di affermazioni contenute nel pezzo di Ivan mi hanno fatto sorgere una semplicissima considerazione. Non è che per caso la qualità della stampa italiana sia in declino per il semplice motivo che chi fa questo mestiere oggi ha scarsa preparazione? Parlo a titolo personale, io che rappresento uno di quelli che "preme contro le mura", sempre in bilico tra il Ripani pensiero (voglio il Corriere, ma mi accontenterei anche di Repubblica, quest'ultima è mia) e la voglia di trovarmi un lavoro serio, come lo definsce mia madre, mi sono formato alla scuola di un paio di colleghi (la mia ex direttrice Serena che saluto e il mitico Guido) ho cercato di imparare l'arte (senza metterla da parte) guardando un po' in giro per fogli vari, prendendo qualche cazziata dai miei superiori del Giorno (tra cui il buon Mutti che saluto, non si sa mai) e mettendoci un po' d'iniziativa personale. Mi chiedo ora cosa sono? Un giornalista o un giornalaio? Ma soprattutto non capisco se effettivamente debba investire in questa direzione (ho la stoffa, non dico il cachemire, ma almeno la lana di Dolly) oppure e meglio che vada a fare altro, magari accontentando mia madre? Sono tanti gli interrogativi e per questo motivo mi piacerebbe si aprisse una dibattito o meglio si prendesse qualche iniziativa in tal senso. Forse lo sciopero sarebbe anche più equo. Saluti gpl


Re: IN QUEST'ORA DI LIBERTA'
JoMontalban - 10.06.2003
In tema di scioperi, libertà e citazioni... permettetemi di citare Borges.

I due re e i due labirinti
Da L'Aleph di Jorge Luis Borges

Narrano gli uomini di fede (ma Allah sa di piu') che nei tempi antichi ci fu un re delle isole
di Babilonia che riuni' i suoi architetti e i suoi maghi e comando' loro di costruire un
labirinto tanto involuto e arduo che gli uomini prudenti non si avventuravano a entrarvi, e
chi vi entrava si perdeva.
Quella costruzione era uno scandalo, perche' la confusione e la meraviglia sono operazioni
proprie di Dio e non degli uomini.
Passando il tempo, venne alla sua corte un re degli arabi, e il re di Babilonia (per burlarsi della semplicita' del suo ospite) lo fece penetrare nel labirinto, dove vago' offeso e confuso fino al crepuscolo.
Allora imploro' il soccorso divino e trovo' la porta. Le sue labbra non proferirono alcun lamento, ma disse al re di Babilonia ch'egli in Arabia aveva un labirinto migliore e che, a Dio
piacendo, gliel'avrebbe fatto conoscere un giorno.
Poi fece ritorno in Arabia, riuni' i suoi capitani e guerrieri e devasto' il regno di Babilonia con si' buona fortuna che rase al suolo i suoi castelli, sgomino' i suoi uomini e fece prigioniero
lo stesso re. Lo lego' su un veloce cammello e lo porto' nel deserto. Andarono tre giorni, e gli
disse: "Oh, re del tempo e sostanza e cifra del secolo! In Babilonia mi volesti perdere in un
labirinto di bronzo con molte scale, porte e muri; ora l'Onnipotente ha voluto ch'io ti mostrassi il mio dove non ci sono scale da salire, ne' porte da forzare, ne' faticosi corridoi da percorrere, ne' muri che ti
vietano il passo." Poi gli sciolse i legami e lo abbandono' in mezzo al deserto, dove quegli
mori' di fame e di sete. La gloria sia con Colui che non muore.


Caro Uncle Joe, m'hai provocato e mo' te rispondo
Ivan Denisovic - 12.06.2003
Mo' te risponno corpo su corpo (sarebbe colpo su colpo ma in romanesco...):

1 - I due forze (forse) non sono strategicamente posti, sono posti retoricamente. Il proclama dell'Unto da Sofia è storia ormai, così come possono essere dimostrate - sempre che De Bortoli si decida a fare "outing" - le pressioni di Tremonti, per tacere di quelle di Previti.

2 - Lo sciopero non risolve ovviamente il problema dell'autocensura né quello della sciatteria, ché se così fosse ci sarebbe da astenersi dal lavoro tutti i giorni. Ma può dare una sferzata a quanti (e non sono stati pochi) tra i colleghi si sono addormentati sui loro stipendiucci e sulle loro "sicurezze" piccoloborghesi ("le vostre millecento", per dirla con De André).

3 - "La guerra dei garantiti contro chi preme alle mura", "lo scannamento già in corso sulla zattera della Medusa": va da sé che non sono direttamente collegati alla libertà di stampa, ma indirettamente sì. Chi si trova nell'incertezza sul suo futuro professionale e personale, chi vive il lavoro nella "flessibilità" in attesa di un'assunzione con contratto "old style" è molto ma molto più ricattabile, più esposto al richiamo della "ginnastica di obbedienza" di chi ha la fortuna di essere garantito. Mi pare abbastanza chiaro: tenere "la schiena diritta" è ben più semplice se si hanno certezze economiche, contrattuali e sindacali. Questo non significa che chi non è contrattualizzato non abbia la schiena diritta, significa però che la riduzione delle tutele sindacali (e su questo il sindacato dovrebbe recitare un bel mea culpa) e delle garanzie espone tutti, TUTTI, a rischi crescenti.

4 - Volutamente non ho parlato di giornalisti "democratici" o meno, di "antifascisti" dell'informazione. Le questioni sollevate dall'atteggiamento del Governo, del Parlamento (ho dimenticato di citare la proposta di legge che inasprisce le condanne per diffamazione) e dei vari potentati economici non riguardano esclusivamente l'ala sinistra del giornalismo e chi vi si riconosce, ma anche l'ala destra. Sei tu Uncle Joe che attacchi etichette a chi sciopera o a chi non sciopera, non io.
E' ben chiaro che i problemi che viviamo oggi sono il risultato di un'esperienza storica del giornalismo italiano che risale addirittura a ben prima del Ventennio e si ricollega ai rapporti tra lo Stato postunitario e i media dell'epoca. Solo che la situazione oggi è resa ancora piùà pesante dal conflitto di interessi del Presidente del Consiglio. Un conflitto (che ho citato solo in nuce parlando di "blind trust") le cui responsabilità ricadono per gran parte sul precedente governo di centrosinistra che nulla ha fatto per prevenire e risolvere la situazione. Il che la dice lunga anche sull'attenzione dell'Ulivo a non "disturbare" i poteri forti, in particolare quelli economici, con provvedimenti che avrebbero creato ben più che una semplice difficoltà.

Proprio su questo tema noto che glissi, Uncle Joe, perché non dici nulla del passaggio del mio pezzo rivolto alla possibile "riforma Gasparri" della legge sull'emittenza radiotelevisiva. Ora, credo che lasciare a Gasparri - ma prima di lui a un ministro come Cardinale - un dicastero di questa rilevanza dia il senso dell'operazione politica condotta a monte.

Lo sciopero serve a risvegliare troppe coscienze sopite. Io personalmente avrei preferito un diverso strumento, perché temo che utilizzare a piene mani l'"arma da fine del mondo" dell'astensione dal lavoro porti a una svalutazione del significato di questo strumento. Credo che la Fnsi debba svegliarsi: non può pensare di avere risolto qualcosa solo con questa protesta, occorre slacciare il sindacato dai suoi vincoli di collateralismo. Occorre che la Fnsi torni a essere realmente "terza".

5 - Chiudo con De André. Io amo moltissimo "Storia di un impiegato", proprio per la sua difficile nota didascalica, lo trovo l'album più compiuto del De André "prima maniera". Da "Storia di un impiegato" in poi De André cambia, diventa più intimista, solo con "Nuvole" si riavvicina a certi temi (non a caso ho citato "Don Raffaé").
Comunque non è vero che il "bombarolo" di De André, per quanto indubbiamente immaturo, "rinasce nel soggetto collettivo proletarizzato carcerario" come scrivi tu Uncle Joe. Prima dell'ultima canzone, dopo il lancio della bomba, il Potere ha assolto De André proprio per aver lanciato la bomba e aver ucciso il padre. Il potere ha legiuttimato l'azione del "bombarolo", De André no. Quello che l'album non risolve è proprio la contraddizione che Faber rileva nell'uso della violenza "rivoluzionaria", che diviene funzionale al potere stesso tanto da esserne assolta e inglobata. De André non da risposte, non trova la soluzione alla contraddizione, si limita a indicare una direzione che dall'io passi al noi, ma di certo non fa proprie le indicazioni del comunismo.
Non a caso proprio nella "Domenica delle Salme" contenuta in "Nuvole" si scaglia contro una certa idea stalinista: "la piramide di Cheope / volle essere ricostruita in quel giorno di festa / masso per masso / schiavo per schiavo / comunista per comunista".
In questa contraddizione che me lo rende ancora più umano, ancora meno disposto alla massificazione, trovo il vero Fabrizio, la sua grande sincerità e onestà, il suo essere uomo in mezzo agli uomini. Una sorta di religiosità interiore che me lo rende, per quanto sommessamente e eterodossamente, "naturaliter cristiano".

Ivan


Eccolo, il vero capolavoro
Ivan Denisovic - 12.06.2003
LA DOMENICA DELLE SALME

Tentò la fuga in tram
verso le sei del mattino
dalla bottiglia di orzata
dove galleggia Milano
non fu difficile seguirlo

il poeta della Baggina
la sua anima accesa
mandava luce di lampadina
gli incendiarono il letto
sulla strada di Trento

riuscì a salvarsi dalla sua barba
un pettirosso da combattimento

I Polacchi non morirono subito
e inginocchiati agli ultimi semafori
rifacevano il trucco alle troie di regime
lanciate verso il mare

i trafficanti di saponette
mettevano pancia verso est
chi si convertiva nel novanta
ne era dispensato nel novantuno

la scimmia del quarto Reich
ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava
le abbiamo visto tutto il culo

la piramide di Cheope
volle essere ricostruita in quel giorno di festa
masso per masso
schiavo per schiavo
comunista per comunista

La domenica delle salme
non si udirono fucilate
il gas esilarante
presidiava le strade
la domenica delle salme
si portò via tutti i pensieri
e le regine del ''tua culpa''
affollarono i parrucchieri

Nell'assolata galera patria
il secondo secondino
disse a ''Baffi di Sego'' che era il primo
-- si può fare domani sul far del mattino –
e furono inviati messi
fanti cavalli cani ed un somaro
ad annunciare l'amputazione della gamba
di Renato Curcio
il carbonaro

il ministro dei temporali
in un tripudio di tromboni
auspicava democrazia
con la tovaglia sulle mani e le mani sui coglioni
-- voglio vivere in una città
dove all'ora dell'aperitivo
non ci siano spargimenti di sangue
o di detersivo –
a tarda sera io e il mio illustre cugino De Andrade
eravamo gli ultimi cittadini liberi
di questa famosa città civile
perché avevamo un cannone nel cortile

La domenica delle salme
nessuno si fece male
tutti a seguire il feretro
del defunto ideale
la domenica delle salme
si sentiva cantare
-quant'è bella giovinezza
non vogliamo più invecchiare –

Gli ultimi viandanti
si ritirarono nelle catacombe
accesero la televisione e ci guardarono cantare
per una mezz'oretta
poi ci mandarono a cagare
-- voi che avete cantato sui trampoli e in ginocchio
coi pianoforti a tracolla travestiti da Pinocchio
voi che avete cantato per i longobardi e per i centralisti
per l'Amazzonia e per la pecunia
nei palastilisti
e dai padri Maristi
voi avete voci potenti
lingue allenate a battere il tamburo
voi avevate voci potenti
adatte per il vaffanculo —

La domenica delle salme
gli addetti alla nostalgia
accompagnarono tra i flauti
il cadavere di Utopia
la domenica delle salme
fu una domenica come tante
il giorno dopo c'erano i segni
di una pace terrificante
mentre il cuore d'Italia
da Palermo ad Aosta
si gonfiava in un coro
di vibrante protesta


Perché è grande Fabrizio De André
kevin keegan - 12.06.2003
JAMIN-A

Lengua 'nfeuga Jamin-a
lua de pelle scûa
cu'a bucca spalancà
morsciu de carne dûa
stella neigra ch'a lûxe
me veuggiu demuâ
'nte l'ûmidu duçe
de l'amë dû teu arveà

ma seu Jamin-a
ti me perdunié
se nu riûsciò a ésse porcu
cumme i teu pensë

destacchete Jamin-a
lerfe de ûga spin-a
fatt'ammiâ Jamin-a
roggiu de mussa pin-a
e u muru 'ntu sûù
sûgu de sä de cheusce
duve gh'è pei gh'è amù
sultan-a de e bagasce
dagghe cianìn Jamin-a
nu navegâ de spunda
primma ch'à cuæ ch'à munta e a chin-a
nu me se desfe 'nte l'unda

e l'ûrtimu respiu Jamin-a
regin-a muaé de e sambe
me u tegnu pe sciurtï vivu
da u gruppu de e teu gambe

Traduzione:

JAMINA

Lingua infuocata Jamina
lupa di pelle scura
con la bocca spalancata
morso di carne soda
stella nera che brilla
mi voglio divertire
nell'umido dolce
del miele del tuo alveare

sorella mia Jamina
mi perdonerai
se non riuscirò a essere porco
come i tuoi pensieri

staccati Jamina
labbra di uva spina
fatti guardare Jamina
getto di fica sazia
e la faccia nel sudore
sugo di sale di cosce
dove c'è pelo c'è amore
sultana delle troie
dacci piano Jamina
non navigare di sponda
prima che la voglia che sale e scende
non mi si disfi nell'onda

e l'ultimo respiro Jamina
regina madre delle sambe
me lo tengo per uscire vivo
dal nodo delle tue gambe


Re: IN QUEST'ORA DI LIBERTA'
stefano scartozzi - 13.06.2003
grazie ivan per lo splendido articolo.....ti ho inserito nel mio piccolo e giovane blog....spero ti faccia piacere...ciao


il mio blog è http://freelance .ilcannocchiale.it


Re: IN QUEST'ORA DI LIBERTA'
stefano scartozzi - 13.06.2003
grande ivan.......mi è piaciuto molto il tuo articolo.....l'ho inserito nel mio blog neo-nato... http://freelance .ilcannocchiale.it ....se ti va di mandarmi ogni tanto qualche contributo...mi farebbe piacere condividere un pò di spazio con una bella penna come te...ciao





 

© 2000 - Se copiate, è gradita la citazione della fonte.
Ti è piaciuto questo articolo? Ti ha fatto pensare? E allora sostieni il Barbiere della Sera con una piccola donazione.


Occhio: Il Barbiere della Sera non assume alcuna responsabilità in relazione ai commenti in calce agli articoli. Ogni responsabilità, civile e penale, ricade sugli autori dei medesimi. E in ogni caso, il Barbiere si riserva di eliminare i commenti giudicati inopportuni per forma o contenuto. Quindi comportatevi bene. Bds

Free software Phpnuke - Credits: Mokadom