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12.11.2003 Uomo del mio tempo, recitava Quasimodo!
di Paolo Latella
Con un semplice processo biologico si nasce, con amore si viene allevati
Ecco… i primi passi, le prime parole e poi…, la scuola materna, la scuola primaria, i primi problemi di socializzazione e convivenza scolastica, la presenza costante nel percorso didattico da parte degli insegnanti e dei genitori con l’obiettivo primario di “educare alla pace”.
Le scuole superiori, l’università, la difficoltosa scelta di “cosa fare da grande”.
Insegnante, medico, ingegnere, carabiniere, tutte professioni presenti nell’immaginario collettivo dei giovani. Ma la realtà è un’altra cosa, il posto fisso diventa una chimera; arruolarsi? Ottima scelta.
E’ un onore difendere il proprio paese, garantire una migliore convivenza collettiva come quando si era piccoli, durante l’età scolastica, ma…a che prezzo?
“Oggi mio figlio parte per una missione in Iraq: è forte, coraggioso e intelligente, lotta per la pace. Pace per i connazionali, pace per gli altri paesi del mondo. Sono orgogliosa di lui”.
“Mio marito è già partito per difendere la pace. Io e i miei figli siamo orgogliosi di lui, tornerà vittorioso e felice del suo lavoro”.
“Mio padre è già a Nassiriya, ha accettato la missione convinto che il suo grande contributo potrà essere utile per porre le basi per un mondo più bello; da grande anch’io vorrò seguire le orme di mio padre e diventare carabiniere”.
Oggi 12 novembre 2003, undici uomini dell’Arma e tre ufficiali dell’Esercito sono rimasti uccisi in un attentato terroristico in Iraq. Erano partiti dall’Italia con l’obiettivo di far rispettare la pace; un compito veramente importante ma non sempre fattibile in una terra martoriata da conflitti interni e soprattutto dall’esasperazione per la presenza “americana”, nemici da “cacciare” da mandare via in tutti i sensi e in qualsiasi modo.
Quasimodo recita in “Uomo del mio tempo”: “sei ancora quello della pietra e della fionda, uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, con le ali maligne, le meridiane di morte…”.
Il poeta afferma che nel corso dei secoli, il progresso, invece della civiltà ha prodotto strumenti di morte sempre più atroci, crudeli e disumani; dalla pietra e dalla fionda si è passati alle forche, alla macchina di tortura, ai carri armati, agli aerei, alla guerra batteriologica… ai kamikaze.
Oggi qualcuno piange per la perdita del proprio figlio, del marito, del padre; versano lacrime i parenti, gli amici, i colleghi di lavoro. Qualcuno pensa: “che fortuna, poteva capitare a me… meno male che non sono andato”. Qualcun altro afferma: “Ho perso mio padre ma è diventato un eroe, si un eroe ma chi me lo restituirà, non potrò più guardarlo negli occhi, mai più!”. La pace così voluta, così cercata, così desiderata è solo un’icona di un desidero infinito; dalla preistoria ad oggi solo sangue, solo distruzione, il voler sottomettere per poter comandare, la scusa di aiutare un popolo per poter sfruttare le proprie risorse, si, proprio quelle preistoriche che oggi nel mondo moderno si chiamano “petrolio, diamanti, metano”.
“Mio figlio desiderava… voleva… sognava un mondo più giusto ma è saltato per aria, ha gettato un grido disperato, soffocato dal crollo del palazzo, la vita gli è sfuggita via, come granelli di sabbia su una mano spazzata via dal soffio del vento”.
I pianti e le urla agghiaccianti di disperazione si diffondono in tutta Italia. La rabbia dei genitori si infrange sul vetro di una macchina blu, piena di uomini venuti da Roma a porgere il cordoglio alla famiglia orfana di quella vita ormai spezzata.
Domandarsi è lecito: “era proprio necessaria questa guerra?”, sì, la guerra, perché qualcuno si era illuso che fosse terminata a maggio? Ma si sa, quando a morire sono gli altri ci dispiace, dopo dieci minuti giriamo canale e guardiamo un teleromanzo, un documentario o un film ma se a morire sono i nostri figli allora la guerra è vera, è palpabile.
La domanda nasce spontanea: “Adesso? Come si comporterà il nostro Governo? Quali saranno le prossime decisioni in merito ad una maggiore presenza della forza militare italiana in Iraq?
Purtroppo la risposta la conosciamo già: il tempo cancellerà i ricordi, in Iraq si continuerà a morire come in altre parti del mondo meno importanti e nei telegiornali italiani si ritornerà a parlare del decreto salva calcio… addio giovani italiani!
Paolo Latella
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