Globalizzazione a senso unico
Data: 27.09.2002
Argomento: Desk Politico


Due studi accademici sulla globalizzazione. Ma si parla solo di uno

Non c'è dubbio alcuno: quantomeno i movimenti noglobal (o new global) hanno cambiato l'agenda dei summit, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario.

La povertà del mondo, oramai lo ammettono quasi tutti, è un problema specifico, che non si può pensare di risolvere soltanto con le ricette liberiste. Ma su quanto sia grande il fenomeno la discussione è aperta.

Peccato che sui quotidiani se ne trovino solo echi solo parziali e distorti. Il caso di due studi accademici lo conferma.

Il primo studio è stato fatto dal professor Sala-i-Martin della Columbia University: egli polemizza con le statistiche delle Nazioni Unite sulla povertà e sostiene che, grazie a due giganti finalmente aperti e risvegliati, la Cina e l'India, il numero di persone con un reddito di soli due dollari al giorno è passato dal 44 per cento della popolazione mondiale al 18 per cento soltanto ("The Disturbing 'Rise' of Global incombe Inequality", NBER Working Paper No 8904).

Risultato clamoroso, che è stato immediatamente valorizzato e applaudito dall'Economist e ripreso dal Foglio: stupidotti che non siete altro, voi antiglobalizzatori.

Ma un altro studioso offre una lettura opposta di quelle cifre. Dani Rodrik, della Harvard University ("Globalization for Whom?". Harvard Magazine, vol. 104, numero 6, 2002). Rodrik fa notare perfidamente che proprio i paesi citati come esempio di successo, in quanto si sarebbero aperti al mondo globalizzato, in realtà sono stati e sono tuttora tra i più chiusi.

Se Cina e India hanno conosciuto tassi importanti di crescita, questo è avvenuto malgrado i consigli del Fondo Monetario Internazionale, anzi proprio perché non lo hanno seguiti.

E aggiunge: è certo vero che la globalizzazione fa bene ai poveri, ma le regole con cui si chiede di giocarla (quelle del Fondo Monetario, quelle della World Trade Organization) non sono quelle giuste. E non lo sono perché asimmetriche: "Le barriere all'importazione tendono a essere più elevate per i prodotti manifatturieri che ai paesi poveri interesserebbe (vendere) come l'abbigliamento. I diritti globali di proprietà intellettuale a loro volta tendono a innalzare i prezzi delle medicine nei paesi poveri".

Del saggio di Rodrik nessuno si è occupato, né per riferirne né per criticarlo. Perché i gli editorialisti scrivono molto ma leggono poco o perché hanno sono pregiudizialmente schierati?

Franco Carlini





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